QUAL E IL PRINCIPALE INTERESSE DEGLI STATI UNITI NEL POSSEDERE LA GROENLANDIA?

Alcuni settori della sinistra hanno a lungo affermato, erroneamente, che il principale motivo degli Stati Uniti per rivendicare la Groenlandia sia il controllo delle materie prime del paese. Questa asserzione si deve al fatto che questi settori non considerano la Cina (e/o la Russia) come potenze imperialiste, e quindi non riescono a vedere il movente imperialistico degli USA nel voler possedere la Groenlandia come effetto dovuto principalmente alla rivalità con la Cina imperialista. Dopo il brutale attacco degli Stati Uniti al Venezuela e le minacce contro diversi paesi dell’America Latina e Centrale, dove la Cina è ben inserita economicamente, Trump ha dichiarato apertamente la sua dottrina: gli Stati Uniti devono dominare l’emisfero occidentale. Non come una divisione più stabile dei paesi e dei popoli del mondo tra Cina (e Russia) e la potenza imperiale statunitense, ma come una posizione più favorevole per gli USA, oggi, nel futuro scontro finale per il dominio mondiale nei confronti della Cina. Questo fatto è diventato ancora più rilevante dopo il fallito tentativo di Trump di separare la Russia dalla Cina nei negoziati sull’Ucraina. Putin si è dimostrato inamovibile.

Quando gli Stati Uniti rivendicano la Groenlandia basandosi su considerazioni geopolitiche, questa non è una novità. Ciò che è nuovo è la crescente polarizzazione internazionale tra Stati Uniti e Cina/Russia, così come i tratti imperialistici interiorizzati nella personalità del presidente USA. Come ha detto lui stesso in una recente intervista al New York Times: «Sento che è psicologicamente necessario avere successo. La proprietà ti dà qualcosa che non puoi ottenere attraverso un affitto o un trattato».

A differenza del Venezuela, e di diversi altri paesi latinoamericani che ora stanno affrontando un’aggressione minacciosa da parte degli Stati Uniti, Cina e Russia non hanno attualmente alcuna influenza o presenza economica in Groenlandia, per non parlare di una presenza militare.

Nel 2019 gli Stati Uniti hanno fatto pressione sugli altri partecipanti al Consiglio Artico affinché impedissero agli interessi cinesi e russi di stabilirsi in Groenlandia. Da allora la Cina si è concentrata sull’Artico russo. Il punto è che, a fronte della consapevolezza di un futuro rafforzamento dell’istanza di indipendenza nazionale della Groenlandia, questa situazione potrebbe certamente modificarsi. Questa possibile prospettiva è uno dei motivi delle pretese degli Stati Uniti. E con la crisi climatica che “libera” acque e aree costiere un tempo ghiacciate – l’Oceano Artico si sta sciogliendo – si stanno aprendo nuove vie di trasporto e stanno emergendo potenziali aree minerarie lungo le coste.

Militarmente, gli Stati Uniti dominano il paese senza restrizioni, e lo hanno fatto continuamente e senza ostacoli dall’inizio della Seconda Guerra Mondiale. Allo stesso tempo, hanno ridotto il numero di basi e di truppe a favore della sorveglianza missilistica.

CONQUISTA MILITARE?

Dal punto di vista militare, gli Stati Uniti hanno già il pieno controllo della Groenlandia. Una vera occupazione militare significherebbe la piena presa di controllo dell’apparato statale del paese.

Il piccolo stato imperialista danese è, militarmente, una piccola succursale dell’imperialismo statunitense.

Oggi la Groenlandia ha un autogoverno formale per quanto riguarda gli affari locali (1).

La Groenlandia ha lo status di regione/municipalità danese, con un contributo economico da Copenaghen completamente inadeguato, ed è priva di una propria politica estera complessiva e di altri poteri statali. Naturalmente né la Danimarca né la Groenlandia sono in grado di resistere ad un attacco militare della più forte potenza imperialista del mondo.

L’IMPERIALISMO EUROPEO SOTTO FORTE PRESSIONE

A opporsi all’aggressione imperialista statunitense ci sono le potenze imperialiste dell’UE e i loro interessi. Con il persistente potere coloniale imperialista danese sulla Groenlandia, e l’affiliazione della Groenlandia alla NATO, la richiesta degli Stati Uniti di possedere l’isola diventa un attacco diretto alle potenze imperialiste europee della UE e alla loro appartenenza alla NATO. Il rapporto tra gli Stati Uniti e l’UE nella NATO è già in profonda crisi e sotto attacco statunitense. Una presa di potere militare degli USA sulla Groenlandia aprirebbe una frattura tra UE e Stati Uniti all’interno della NATO. La serietà con cui gli interessi imperialisti europei sono minacciati si può vedere, ad esempio, dalla disponibilità solerte da parte svedese e francese di invio di truppe alla Groenlandia, mentre Danimarca e UE raddoppieranno i loro investimenti nel prossimo periodo. Gli stati imperialisti europei hanno espresso febbrilmente il loro sostegno al “Rigsfællesskab” danese (colonialismo danese) e alla Groenlandia, ma sono impotenti contro gli Stati Uniti nel fuoco incrociato tra la loro dipendenza dagli USA e i propri interessi.

La domanda è se gli Stati Uniti rischieranno, alla fine, il loro rapporto con l’Europa nella NATO occupando e conquistando militarmente la Groenlandia. La questione apre alla possibilità di puntare a un controllo economico dell’isola come opzione preferibile.

UNA CONQUISTA ECONOMICA?

L’opzione del controllo economico sarebbe completamente priva di rischi per la NATO e potrebbe comportare una combinazione di singoli “regali” economici e un’economia sostanzialmente statunitense. E questa combinazione sarebbe rivolta ad una popolazione inuit che attualmente prova un sentimento di opposizione, ben giustificato, alla continua arroganza coloniale della Danimarca, e che soffre di una disoccupazione altissima tra i giovani, molti dei quali senza istruzione, e di una diffusa povertà generale.

Il paese è economicamente sottosviluppato e profondamente segnato dal colonialismo danese, il quale ha ostacolato quell’accumulo economico necessario per lo sviluppo di qualsiasi paese. Attualmente, negli Stati Uniti si parla di un possibile accordo del tipo COFA (Compact of Free Association) – un accordo di associazione con modesto sostegno finanziario dall’imperialismo statunitense – e di autodeterminazione nazionale formale. Cioè dominio culturale e massiccia supremazia militare.

Secondo l’AI di Google, il COFA (trattato di libera associazione, ndt) è «…un trattato tra gli Stati Uniti e tre nazioni indipendenti del Pacifico: Micronesia (FSM), le Isole Marshall (RMI) e Palau (ROP), che garantisce alle forze armate USA l’accesso alle aree strategiche e concede ai cittadini di queste isole il diritto di vivere, lavorare e studiare negli Stati Uniti in cambio di supporto finanziario e difesa degli Stati Uniti. Questi accordi danno agli Stati Uniti accesso esclusivo militare e danno ai cittadini del COFA accesso a determinati programmi e opportunità di lavoro statunitensi».

Il 14 gennaio 2026 si è tenuta una riunione tra ministri degli Esteri di Danimarca, Groenlandia e Stati Uniti di fatto inconcludente ma con l’accordo di proseguire gli incontri. Forse un accordo del tipo COFA, o qualcosa di simile, diventerà un argomento di discussione?

CRISI NEI RAPPORTI CON IL POTERE COLONIALE DANESE

La pretesa degli Stati Uniti arriva in un momento di crescente desiderio di autodeterminazione nazionale. La rivendicazione degli Stati Uniti è stata accolta con le più grandi manifestazioni di protesta nella storia della Groenlandia e, in un recente sondaggio, oltre l’80% ha espresso contrarietà ai piani di Trump (i coloni danesi sono inclusi nel sondaggio). Allo stesso tempo, si sta sviluppando una crisi nel rapporto tra la Groenlandia e il governo danese guidato dai socialdemocratici.

Due esempi della reiterazione degli abusi coloniali danesi contro la popolazione degli inuit groenlandesi. Esempi che hanno nuovamente mostrato alla popolazione groenlandese – e ora anche all’opinione pubblica danese – quanto sia stata distruttiva la politica coloniale e quanto poco il potere coloniale sia cambiato sostanzialmente nel suo carattere imperialista e di classe.

Il primo esempio è venuto alla luce quattro o cinque anni fa. Senza il consenso dei genitori, le autorità danesi avevano dato in adozione bambini inuit a famiglie danesi in Danimarca, dove erano stati privati della loro lingua e del contatto con i genitori biologici. Il piano dei governanti coloniali era che questi bambini dovevano essere educati per diventare danesi e, da adulti, costituire nella natia Groenlandia una futura élite nativa ma culturalmente danese.

I pochi bambini sopravvissuti a questa brutale separazione dai genitori, dalla lingua e dall’ambiente originario, ora tra i 70 e gli 80 anni, hanno dovuto citare in giudizio lo Stato danese per costringerlo a un risarcimento economico e a scuse ufficiali. Molti di questi bambini si sono suicidati o sono diventati alcolisti. Solo pochi di essi hanno alla fine ricevuto questo risarcimento simbolico per una vita rovinata, e solo dopo un processo legale.

Il secondo esempio di abuso violento si è verificato negli anni ’60 e ’70. L’ex primo ministro della Groenlandia, Múte B. Egede, lo ha descritto come un genocidio. Giovani studentesse – alcune di appena 13 anni – senza che fossero informate dal personale medico di quanto stava accadendo, hanno subìto l’inserimento della spirale per evitare di rimanere incinte. Questo per prevenire quella che i governanti coloniali danesi consideravano una crescita indesiderata della popolazione nativa. Ciò avvenne sotto l’egida del servizio sanitario danese, con tutti i casi registrati: 4.500 ragazze e giovani donne. Molte vittime di questo trattamento scoprirono quanto era loro successo solo molti anni dopo. Molte vittime si sono ammalate a causa dei grandi e primitivi dispositivi intrauterini usati all’epoca su ragazze e donne giovanissime, nonché fragili. Spesso questi contraccettivi venivano scoperti solo quando, da adulte, e dopo anni di tentativi, non riuscivano a rimanere incinte e si sottoponevano quindi ad esami approfonditi. Per molte le conseguenze sono state malattie croniche e infertilità.

È sintomatico della persistente arroganza imperialista danese che sia stato necessario che queste donne – 143 e ormai anziane – facessero causa allo Stato danese affinché esso riconoscesse la loro sofferenza e loro ricevessero un risarcimento economico e scuse ufficiali.

È ovvia la portata della sofferenza che questi abusi hanno causato alle persone coinvolte. Ma c’è anche grande sofferenza sociale, soffocamento e repressione dello sviluppo personale e della crescita comunitaria quando grandi gruppi di giovani di comunità molto piccole vengono brutalmente rimossi e fatti oggetto di abusi sessuali dallo Stato.

Attualmente, la politica danese ha nuovamente dimostrato la sua arroganza coloniale rifiutando la traduzione simultanea dal groenlandese al danese quando il rappresentante della Groenlandia desidera parlare nella sua lingua madre al Parlamento danese.

Ciò significa che una grande maggioranza della popolazione inuit, che non parla né capisce il danese, non può comprendere quello che il loro rappresentante dice in Parlamento. La giustificazione utilizzata per negare la traduzione era di natura economica – sarebbe costato fornire una traduzione simultanea (in realtà sarebbe stato un costo irrisorio) – e di un’arroganza profondamente imbarazzante: “Beh, sappiamo che la persona in questione parla danese.”

IL DIRITTO DEGLI INUIT E LA LORO RICHIESTA DI AUTODETERMINAZIONE NAZIONALE

In quanto comunisti rivoluzionari, sosteniamo il pieno diritto del popolo inuit all’autodeterminazione nazionale, inclusa una rottura totale con lo Stato coloniale danese. Le ultime elezioni dei “Landsstyre” (consigli locali) in Groenlandia, nell’aprile 2025, hanno confermato il massiccio desiderio popolare di una maggiore autodeterminazione, con un sostegno quasi unanime alla prospettiva di una futura indipendenza. Molti a sinistra hanno evidenziato la grande ricchezza naturale del paese. Potrebbe questa ricchezza essere parte importante della base economica di una Groenlandia indipendente? Potrebbe esserlo, in determinate condizioni politiche specifiche.

Ci sono alcune circostanze particolari che riguardano la ricchezza mineraria della Groenlandia.

Il sottosuolo del paese appartiene legalmente agli inuit, cioè agli abitanti della Groenlandia. Ciò significa che non esiste proprietà privata delle terre. Esse appartengono alla popolazione. Con una maggiore indipendenza nazionale vi sarebbe quindi, almeno formalmente, la piena opportunità per l’estrazione di queste risorse a beneficio della popolazione. Questo include sia l’intera popolazione nazionale che quella locale, che inevitabilmente soffrirebbe, in parte, per la necessaria invasione dell’ambiente naturale che circonda una miniera. Qualsiasi residente locale – nel caso in cui ve ne fossero – potrebbe beneficiare delle nuove infrastrutture necessarie sotto forma di porti, strade, fornitura di energia, aeroporti, ecc.

La seconda circostanza particolare relativa all’estrazione mineraria riguarda il fatto che in Groenlandia è stata presa la decisione politica di non consentire l’estrazione se un sottoprodotto è un materiale radioattivo, come in realtà accade per una grossa parte delle materie prime. Questa decisione è stata presa in considerazione dei danni irreversibili alla natura che i rifiuti radioattivi inevitabilmente causano. Questo divieto illustra la preoccupazione degli inuit per la protezione del fragile ambiente artico, ed è pienamente in linea con la prospettiva comunista rivoluzionaria sulla protezione ambientale e climatica.

La maggior parte degli inuit non vuole e non può lavorare nel sottosuolo, nell’estrazione mineraria tradizionale, ma vuole mantenere la propria attività di pesca e di caccia. Pertanto, la scelta è tra l’uso inaccettabile di manodopera fly-in fly-out (2) o l’uso delle tecnologie robotiche più avanzate con programmi di alta formazione per gli inuit come parte di controllo dei processi di lavoro high-tech. Come si collega ciò alle condizioni politiche per lo sfruttamento progressivo delle risorse naturali in conformità con i desideri del popolo indigeno inuit? Realizzare una tale politica nell’interesse della popolazione è completamente incompatibile con qualsiasi forma di potere imperialista: l’estrazione mineraria controllata dagli imperialisti di parte statunitense, danese, cinese, russa, canadese ecc. porterebbe, in ogni caso, soltanto al furto di risorse e alla distruzione di persone e natura. Una forma di sviluppo progressivo, invece, richiede il controllo e il potere sociale dell’intera popolazione inuit. Tradotto in linguaggio politico, questo significa una rivoluzione socialista basata sui consigli di operai, di cacciatori e di pescatori della popolazione inuit e dei loro discendenti, e dell’etnia mista inuit-danese. (Tutte le persone privilegiate sono in gran parte coloni danesi, residenti permanenti o temporanei).

Ma per il popolo indigeno inuit, la lotta oggi riguarda principalmente la risoluzione della questione nazionale: realizzare il diritto all’autodeterminazione nazionale e scegliere la strada migliore in una situazione in cui forze superiori minacciano da più lati. Nei paesi in cui non c’è stata esperienza del diritto e di un parlamento nazionale democratico e civile a pieno titolo – come in Groenlandia – possono essere istituiti comitati costituzionali per preparare l’adozione di una vera costituzione popolare per il nuovo Stato nazionale. Il popolo inuit non ha mai avuto questa opportunità, ma può esprimere la propria scelta usando questa espressione radicalmente democratica della propria volontà collettiva. Anche se una popolazione di 56.000 unità non costituisce la base materiale per la formazione di uno Stato veramente indipendente, ciò non significa che l’indipendenza non possa essere raggiunta, ad esempio attraverso i giusti presupposti per una federazione. Questo potrebbe avvenire in collaborazione con altri popoli inuit artici o in altro modo ancora.

Nella situazione attuale, i parlamentari eletti in Groenlandia sono sotto pressione. Uno dei partiti politici in Groenlandia (con il 26% dei voti) ha una netta politica neoliberista e spinge per una rottura immediata con il colonialismo danese e per legami con gli Stati Uniti. Quindi, anche se tutti i partiti politici concordano che “solo i groenlandesi dovrebbero decidere il futuro del paese”, la sola consapevolezza formale di ciò non implica automaticamente una vera indipendenza per la popolazione. Ma cosa faranno i politici quando gli Stati Uniti di Trump presenteranno loro la “scelta” tra accettare quelle che potrebbero sembrare offerte economiche generose e l’indipendenza formale o un intervento militare? Non è certo la soluzione più sicura quella di lasciare il futuro del popolo inuit nelle mani di pochi parlamentari limitati nella loro azione politica.

Il discorso è molto diverso per la stragrande maggioranza della popolazione inuit. Ovvero, la questione è di evitare che questa popolazione sia lasciata alla pressione dell’atomizzazione individuale, che inevitabilmente la dividerà e atomizzerà in una situazione che invece richiede una forte solidarietà collettiva. È tutt’altra questione se al popolo, collettivamente, viene data l’opportunità di scegliere la traiettoria democratico-borghese più radicale al fine di organizzare la società e la sua Costituzione. Cosa significa questo? Mai il popolo inuit ha avuto l’opportunità di decidere la propria organizzazione sociale sulla base della propria volontà. Come dovrebbero svilupparsi i vari rami della vita sociale nell’interesse generale, secondo in un piano sociale complessivo e coerente, a beneficio delle persone e dell’ambiente? Come dovrebbero essere organizzati i diritti di proprietà economica riguardo le risorse della società e come dovrebbero essere sviluppati? Come garantire alla popolazione la salute, l’istruzione, il lavoro, una vecchiaia sicura, i diritti delle donne e LGBTQ+, buone condizioni di vita per le persone con disabilità e il controllo sui prezzi al consumo? Gli abitanti, molti dei quali abituati a usare armi da fuoco per la caccia, dovrebbero essere armati e organizzati in una forza nazionale di autodifesa locale? E, non da ultimo, come può la popolazione garantire una forma di controllo sociale continuo dopo l’adozione della Costituzione? Nel processo costituente, i comitati costituzionali dovrebbero sfruttare la conoscenza di esperti solidali, con la chiara consapevolezza che questi esperti non devono essere autorizzati a prendere il controllo del processo.

Come può un’organizzazione sociale del genere, cioè dell’intero popolo inuit autorganizzato in comitati costituzionali in tutto il paese e in tutti gli insediamenti, essere una protezione contro l’aggressione imperialista? Una popolazione capace di formulare i propri interessi sociali collettivi — un collettivo autogestito — diventa consapevole e forte in un modo fondamentalmente e completamente diverso rispetto ad una popolazione individualistica e atomizzata. Può essere quindi in grado di affrontare lo sciame di manipolazioni di tipo economiche che gli Stati Uniti svilupperanno nel prossimo futuro attraverso tutti i media. Un collettivo popolare autorganizzato sosterrà anche i propri rappresentanti parlamentari nella misura in cui questi accettino di appoggiarsi sulla forza organizzata e sulla volontà del popolo in lotta, e quindi selezionerà questi rappresentanti fra la popolazione su questa base.

Si potrebbe obiettare: ma questi comitati costituzionali popolari possono davvero attuare una costituzione democratica radicale nelle condizioni attuali? Non è affatto certo, ma neanche assolutamente impossibile. In ogni caso, una popolazione autorganizzata sarà ottimamente attrezzata per resistere a qualsiasi pressione esterna. Inoltre, la possibilità di realizzazione degli obiettivi dipenderà anche dall’effetto a catena che potrebbe interessare altri popoli artici distribuiti sull’ampia fascia del circolo polare artico, che include Stati Uniti, Canada e Russia.

In particolare, dipende dall’emersione di una leadership politicamente rilevante: una leadership comunista rivoluzionaria inuit, che comprenda pienamente il profondo significato rivoluzionario della questione nazionale e che non soccomba al nazionalismo borghese, una leadership che possa guadagnarsi la fiducia delle popolazioni. Il popolo inuit è stato sottoposto a oppressioni violente nel corso della sua storia. Sono stati oggetto, per decenni, di un razzismo mortale ed erosivo. Questo vale anche per i cittadini inuit che risiedono permanentemente o temporaneamente in Danimarca: anche i loro bisogni e interessi devono essere inclusi in questo movimento di emancipazione nazionale.

Come tutti i popoli indigeni dipendenti che hanno affrontato difficoltà, gli inuit hanno bisogno di un’esperienza popolare che confermi le loro ricche capacità, collettivamente e individualmente. Hanno bisogno di una maggiore fiducia collettiva contro l’offensiva imperialista.

Questa esperienza popolare sotto forma di partecipazione a comitati costituzionali, indipendentemente da quanto vincente o meno possa essere il risultato, lascerà un segno indelebile su diverse generazioni, cambiando radicalmente la coscienza di ampie fasce della popolazione, allontanandole da qualsiasi disfattismo e orientandole verso la fiducia nella propria capacità di portare cambiamenti attraverso l’azione di massa, e nella propria capacità collettiva di esercitare potere sociale. Dall’oppressione impotente a potenziali sovrani consapevoli di sé.

QUALI COMPITI PER I COMUNISTI RIVOLUZIONARI IN DANIMARCA E SUL PIANO INTERNAZIONALE?

I comunisti rivoluzionari riconoscono e sostengono il diritto del popolo inuit all’autodeterminazione nazionale, inclusa la rottura con tutte le forme di colonialismo. I rivoluzionari in Danimarca devono prima di tutto concentrare le loro critiche verso la propria borghesia imperialista – il governo danese e gli interessi del capitale — in solidarietà con la Groenlandia.

Questo è in netto contrasto con Pelle Dragsted, leader del partito di sinistra riformista danese Enhedslisten (Lista dell’Unità – I Rosso-Verdi, membro della GUE, ndt), che sostiene la propria borghesia imperialista e quella dell’UE con la proposta di inviare soldati europei in Groenlandia per scoraggiare Trump. Questo sarebbe un evidente scontro interimperialistico tra i paesi imperialisti UE e gli Stati Uniti.

Come marxisti rivoluzionari, non possiamo sostenere il “nostro” imperialismo contro l’imperialismo statunitense. Esiste un rischio estremamente pericoloso di escalation a livello internazionale. In questa situazione, le potenze imperialiste europee hanno lanciato un’esercitazione militare congiunta e pianificano di schierare truppe permanenti. Finora hanno inviato truppe (simboliche) di Svezia, Germania, Francia e Gran Bretagna. Questo potrebbe rappresentare un ostacolo all’attacco militare di Trump. Uno scontro militare diretto tra gli Stati imperialisti dell’UE e gli Stati Uniti scatenerebbe una quasi certa rottura tra Europa e Stati Uniti all’interno della NATO.

Con una più stretta alleanza tra Cina e Russia è altamente improbabile che gli Stati Uniti rischino una tale rottura con l’Europa e il conseguente crollo della NATO.

I rivoluzionari devono cogliere ogni opportunità per dimostrare la propria solidarietà con gli interessi del popolo inuit. Nella sfera pubblica danese, le forze filocoloniali sono arrivate a fare in modo che la verità venisse nascosta dagli stessi media statali danesi, in quanto hanno osato affermare che la Danimarca ha tratto profitto, nel corso del tempo, dall’estrazione di carbone in Groenlandia. La menzogna pubblica è che il popolo inuit sia stato, e sia tuttora, un peso economico per la società danese. I rivoluzionari devono cercare di confutare questa menzogna con i fatti, tra le altre cose – idealmente in collaborazione con studenti universitari inuit – cercando di organizzare economisti marxisti e altri accademici simpatizzanti, persone specializzate nell’analisi delle conseguenze economiche e di altro tipo che il saccheggio e l’oppressione coloniale hanno avuto sulla popolazione inuit.

Questo dimostra che lo Stato danese, tra le altre cose, con la sua estrazione di criolite in Groenlandia, ha privato quel paese di un’opportunità concreta di crescita economica, un’accumulazione economica originaria che ha portato a sottosviluppo economico locale mentre viceversa ha portato beneficio all’economica danese. Questa ricchezza perduta dalla comunità groenlandese è ricchezza che lo Stato danese oggi deve restituire alla Groenlandia e al popolo inuit. Inoltre, i rivoluzionari devono trasmettere le esperienze storiche delle lotte rivoluzionarie dei popoli indigeni per la libertà in una luce marxista, come contributo a un’ispirazione e uno sviluppo politico della nuova generazione radicale di giovani inuit in cerca di libertà.

I rivoluzionari in Danimarca devono costruire conoscenza e scambio politico con gli inuit di sinistra e radicali lì presenti, con l’obiettivo di sviluppare il nucleo di un partito comunista rivoluzionario in Groenlandia. Devono portare la gioventù radicale della Groenlandia in contatto diretto con i comunisti rivoluzionari di altri popoli indigeni e con altri giovani, per favorire lo scambio e l’organizzazione rivoluzionaria internazionale.

Note

(1) Si tratta della legge sull’autogoverno della Groenlandia del 29 novembre 1978 (ndt)

(2) Forza-lavoro fly-in fly-out (FIFO). Si tratta di manodopera esterna aviotrasportata nei siti estrattivi dove resta impiegata per periodi determinati, di solito alcune settimane (ndt)

Jette Kromann – Danimarca