Nelle sue tre campagne presidenziali, Donald Trump ha promesso alla classe dirigente statunitense tagli fiscali, deregolamentazione e un «governo più snello». Non un esercito più ridotto o meno forze di polizia, ovviamente, ma tagli alla sanità, all’istruzione, al welfare e ad altri servizi pubblici a beneficio dei lavoratori.
Ha promesso un uso più aggressivo del potere economico e militare per promuovere gli interessi imperialisti degli Stati Uniti — senza essere vincolato da accordi o alleanze internazionali, e senza trascinare il paese in «guerre infinite» o tentativi di nation-building.
Ha promesso di coinvolgere i lavoratori nel suo spettacolo «Make America Great Again» (MAGA), distogliendo la loro rabbia dal capitalismo.
Trump ha solo una percezione molto vaga della realtà. Mentalmente ed emotivamente, è un bambino di due anni. Ha l’illusione che lui – e l’imperialismo statunitense – abbiano il potere di fare ciò che vuole.
Alcuni grandi capitalisti condividono l’illusione di Trump. La maggior parte è scettica, ma disposta a lasciargli tentare. Con il loro denaro, i loro media e le loro connessioni con il governo e l’esercito, possono frenarlo o sostituirlo, se dovesse creare troppi problemi o suscitare troppa resistenza. Possono sempre fare appello alla loro altra squadra, i Democratici, affinché scenda in campo.
Trump ha mantenuto le promesse fatte ai capitalisti di tagliare le tasse, deregolamentare, potenziare l’esercito e la polizia e ridurre – dal punto di vista capitalista – le spese pubbliche “superflue”. Ha ripudiato gli accordi internazionali e insultato gli alleati. Ha ulteriormente distaccato l’economia statunitense da quella cinese.
Ma non ha reso grande l’America. Non ha ripristinato il potere imperialista degli Stati Uniti. Più e più volte si è scontrato con i propri limiti ed è stato respinto dalla realtà e dalla resistenza.
LE MANOVRE DELL’IMPERIALISMO
In altri articoli ho parlato delle politiche interne ed economiche di Trump. Si vedano «Analisi approfondita della “ugly, evil bill” di Trump» e «Economia statunitense: festa per i capitalisti, lotta per i lavoratori». Qui mi concentrerò sulle sue politiche internazionali.
A livello internazionale, il grande problema per la classe dominante è che l’imperialismo statunitense ha perso il dominio che aveva nel dopoguerra e poi di nuovo per vent’anni dopo il crollo dell’Unione Sovietica nel 1991.
La Grande Recessione del 2007-2009 ha mostrato non solo la crisi di sovraccumulazione dell’economia capitalista mondiale, ma anche la diminuzione dell’importanza dell’imperialismo statunitense. Con l’invasione russa dell’Ucraina e l’annessione della Crimea nel 2014, il blocco imperialista emergente di Russia e Cina ha iniziato a sfidare apertamente il blocco consolidato di Stati Uniti, Europa, Giappone e dei loro alleati.
L’amministrazione Obama ha cercato di affermare il potere degli Stati Uniti in accordo con i propri alleati. Ha cercato di isolare economicamente la Cina, ha respinto le proteste della Russia sull’espansione della NATO, ha avviato un programma da mille miliardi di dollari per modernizzare le armi nucleari statunitensi, ha fornito armi a Israele, è intervenuta nella guerra civile libica, consegnando il paese ai signori della guerra islamisti, ha intensificato la guerra in Afghanistan e ha assassinato Osama bin Laden in territorio pakistano.
La prima amministrazione Trump ha proclamato lo slogan «America first», si è ritirata dall’Accordo di Parigi sui cambiamenti climatici, ha abbandonato il Partenariato Trans-Pacifico (TPP), ha imposto dazi sui prodotti cinesi, ha chiesto alla NATO e agli altri alleati di aumentare le spese militari e ha negoziato la fine della guerra in Afghanistan. Ha continuato a sostenere Israele e a vendere armi in tutto il mondo, ma ha adottato una linea più isolazionista rispetto all’amministrazione Obama.
L’amministrazione Biden ha proclamato “America is back” (l’America è tornata), ha lavorato per ripristinare le relazioni con gli alleati e la presenza degli Stati Uniti alle Nazioni Unite e in altri organismi internazionali, e ha adottato una politica industriale incentrata sui sussidi per separare (disintangle, districare) le economie statunitense e cinese. Ha continuato ad armare Israele e, con l’invasione russa nel febbraio 2022, ha iniziato a fornire massicci aiuti militari all’Ucraina.
Queste manovre hanno rafforzato l’imperialismo statunitense rispetto alle altre potenze imperialiste consolidate, hanno iniziato a separare le economie statunitense e cinese e hanno contrastato il blocco Russia-Cina. Ma non hanno ripristinato il dominio degli Stati Uniti.
TRUMP CERCA UN NUOVO ORDINE MONDIALE
In un libro del 1997, The Grand Chessboard: American Primacy and Its Geostrategic Imperatives (edizione italiana: La grande scacchiera. Il mondo e la politica nell’era della supremazia americana), Zbigniew Brzezinski, consigliere per la sicurezza nazionale di Jimmy Carter, scrisse che «i tre grandi imperativi della geostrategia imperiale» sono «impedire la collusione e mantenere la dipendenza in materia di sicurezza tra i vassalli, tenere i tributari docili e protetti, e impedire ai barbari di unirsi fra loro». Gilbert Achcar cita le parole di Brzezinski nel suo libro del 2003 The New Cold War: The United States, Russia and China from Kosovo to Ukraine.
Con «vassalli», Brzezinski intendeva l’Europa, il Giappone e gli altri alleati imperialisti degli Stati Uniti. Con «tributari», intendeva i paesi semicoloniali dipendenti e asserviti all’imperialismo statunitense. Con «barbari» intendeva la Russia e la Cina.
L’imperialismo statunitense ha perso il controllo del terzo imperativo negli anni 2010, quando la Russia e la Cina si sono alleate e hanno iniziato a sfidare l’egemonia USA-NATO.
Nei primi mesi del suo secondo mandato, Trump ha cercato di riorganizzare la grande scacchiera politica cercando di dividere la Russia dalla Cina. Non essendo più disposti a finanziare una guerra che l’Ucraina non poteva vincere, Trump e il Congresso hanno di fatto posto fine agli aiuti statunitensi. Gli Stati Uniti hanno continuato a vendere armi all’Ucraina a condizione che fosse l’Europa a pagarle. Trump ha proposto di porre fine alla guerra con un cessate il fuoco e senza l’adesione dell’Ucraina alla NATO.
Se Trump avesse offerto il ripristino dell’Impero russo, compresa l’Asia centrale, il Caucaso, l’Ucraina, la Polonia, i Paesi baltici e la Finlandia, avrebbe potuto separare la Russia dalla Cina. Ma Trump non poteva offrire questo, e un cessate il fuoco in Ucraina non era sufficiente. La Russia ha mantenuto la sua alleanza con la Cina, ha preteso il resto di Donetsk come condizione per un cessate il fuoco e ha continuato a martellare l’Ucraina.
Il fallimento della manovra di Trump sulla Russia ha costretto l’imperialismo statunitense a tornare ai suoi alleati tradizionali. Il disaccordo sull’Ucraina è stato risolto con l’accordo secondo cui gli Stati Uniti avrebbero venduto armi pagate dall’Europa. I vassalli si sono lamentati, si sono messi d’accordo e hanno aumentato la loro spesa per gli armamenti, ma non sono riusciti a rompere la loro dipendenza militare ed economica dagli Stati Uniti.
TRUMP IN AFFANNO
Trump e i repubblicani hanno vinto le elezioni del novembre 2024 grazie alle questioni relative all’economia e all’immigrazione. Più di un terzo degli aventi diritto al voto è rimasto a casa. Tra coloro che si sono recati alle urne, il 49,8% ha votato per Trump e il 48,3% per Kamala Harris.
L’amministrazione Trump non è riuscita a mantenere le promesse fatte ai lavoratori. Per quanto riguarda l’economia, gli indicatori macroeconomici non sono male in termini storici, ma la produzione manifatturiera non è aumentata, la creazione di posti di lavoro ha subito un rallentamento, i prezzi non sono scesi e la disuguaglianza continua a crescere. Si profila una recessione e i lavoratori ne avvertono già i venti freddi.
Le retate dell’ICE e le espulsioni degli immigrati non hanno migliorato la vita dei cittadini statunitensi. Sempre più lavoratori si oppongono a queste misure, ritenendole ingiuste e disumane, e si identificano con la resistenza delle comunità di immigrati e dei loro alleati.
Trump è ora in affanno sia sull’economia che sull’immigrazione. Con un margine di quasi 60 a 40, gli intervistati disapprovano le sue politiche su questi temi e la sua performance complessiva.
I repubblicani detengono attualmente una maggioranza di 218 seggi contro 214 alla Camera dei Rappresentanti, con tre seggi vacanti. Sembra ormai altamente probabile che i democratici conquisteranno la maggioranza alla Camera questo autunno, come già avvenuto nel 2018, e la presidenza e il Senato nel 2028, come già accaduto nel 2020.
Trump vorrebbe proclamarsi presidente a vita e mettere al bando il Partito Democratico, così come tutte le organizzazioni politiche alla sua sinistra. Ma la classe dirigente statunitense non vuole questo.
Come scrisse Lenin in Stato e rivoluzione, «Una repubblica democratica è il miglior involucro politico possibile per il capitalismo», poiché massimizza l’obbedienza e riduce al minimo la necessità di repressione e il rischio di una rivolta della classe lavoratrice o di una fuga in avanti dell’esercito e della burocrazia.
PALESTINA, VENEZUELA E IRAN
L’amministrazione Trump porta avanti la politica bipartisan di sostegno e fornitura di armi a Israele, nonostante il suo genocidio a Gaza e la pulizia etnica in Cisgiordania. La novità introdotta da Trump consiste nell’esortare apertamente Israele a «portare a termine il lavoro» in fretta, poiché l’immagine del genocidio è negativa.
I governi dell’Arabia Saudita, degli Stati del Golfo, dell’Egitto e della Turchia vogliono espandere le relazioni diplomatiche e commerciali con Israele, ma il sostegno popolare alla Palestina li costringe a trattenersi fintantoché il genocidio continua.
Gli Stati Uniti e il governo venezuelano guidato da Nicolás Maduro hanno negoziato un accordo in base al quale gli Stati Uniti avrebbero revocato le sanzioni e il Venezuela sarebbe tornato nell’orbita economica statunitense. Il punto di scontro era Maduro. Trump ha insistito affinché se ne andasse per dimostrare il dominio degli Stati Uniti. Maduro non voleva andarsene. Il 3 gennaio, gli Stati Uniti hanno lanciato un attacco militare contro il Venezuela e hanno rapito Maduro e sua moglie, Cilia Flores. Il governo venezuelano, guidato dall’ex vicepresidente e ora presidente ad interim Delcy Rodríguez, ha protestato ma ha scoraggiato manifestazioni di massa e ha portato a termine l’accordo con gli Stati Uniti.
L’accordo ha posto fine alle forniture di petrolio venezuelano a Cuba, che ne avevano sostenuto l’economia da quando Hugo Chávez era diventato presidente del Venezuela nel 1999. L’amministrazione Trump ha ordinato al Messico di non inviare petrolio, tagliando fuori l’altra principale fonte di approvvigionamento di Cuba. La rivoluzione cubana è in pericolo come non lo era mai stata dalla crisi dei missili del 1962.
Dopo esser riuscito nella sua operazione in Venezuela, Trump ha deciso di provare con l’Iran. È stato spinto in tal senso dai governi di Israele e dell’Arabia Saudita, che vogliono distruggere l’Iran in quanto concorrente e affermare il proprio potere regionale. Il 28 febbraio gli Stati Uniti e Israele hanno sferrato massicci attacchi aerei contro l’Iran, mettendo fuori uso le sue difese aeree e uccidendo l’ayatollah Ali Khamenei e altri leader. L’Iran ha reagito chiudendo lo Stretto di Hormuz. I prezzi del petrolio, del gas naturale liquefatto (GNL) e dei fertilizzanti sono saliti alle stelle sul mercato mondiale, poiché un quinto delle spedizioni mondiali di petrolio e un terzo di quelle di GNL e fertilizzanti passano attraverso lo Stretto.
L’imperialismo statunitense si è ritrovato nella familiare e infelice posizione di vincere ogni battaglia e perdere comunque la guerra, come era già successo in Vietnam, Afghanistan e Iraq.
Trump è stato eletto con la promessa di non trascinare gli Stati Uniti in “guerre infinite” come quelle di George W. Bush in Afghanistan e Iraq nel 2001 e nel 2003. Ma sa che quelle guerre salvarono la presidenza Bush, e vorrebbe ripetere l’impresa politica di Bush, nella convinzione che sia la coda ad agitare il cane e non il contrario.
Tuttavia l’Iran non ha attaccato gli Stati Uniti, non c’è un’ondata patriottica come quella dopo l’11 settembre, e la guerra per il cambio di regime è impopolare. Trump è in affanno anche sulla guerra con l’Iran.
UNIRE I FILI DELLA RESISTENZA
Trump è ancora molto pericoloso, per certi versi lo è ancora di più. Man mano che perde il controllo, si scaglia contro chiunque. Le sue politiche rimangono un’opzione che la classe dirigente vuole tenere aperta.
La resistenza della classe lavoratrice e popolare contro Trump oggi si articola in tre filoni principali. In primo luogo, le imponenti manifestazioni “No Kings” del 14 giugno e del 18 ottobre 2025, e del 28 marzo 2026, e le numerose azioni locali che hanno generato. “Indivisible”, l’organizzazione più importante della sinistra del Partito Democratico, ha lanciato “No Kings” per protestare contro l’attacco di Trump alla democrazia, sperando di incanalare il dissenso in voti a favore dei candidati del Partito Democratico. I partecipanti alle manifestazioni sollevano questioni quali i diritti degli immigrati, il diritto all’aborto, la solidarietà con la Palestina, l’opposizione al militarismo e alla guerra, e altre tematiche che la leadership del Partito Democratico preferirebbe minimizzare in vista delle elezioni.
In secondo luogo, May Day Strong, che sta organizzando l’iniziativa “No Work, No School, No Shopping” per il 1° maggio. Molti sindacati sostengono May Day Strong, tra cui il Chicago Teachers Union (CTU), la National Education Association (NEA), l’American Federation of Teachers (AFT), l’United Electrical, Radio & Machine Workers of America (UE), il Communications Workers of America (CWA) e l’Association of Flight Attendants-CWA. Il National Nurses United, pur evitando di invitare esplicitamente i propri membri a scioperare il 1° maggio, sta organizzando picchetti informativi e altre azioni di solidarietà.
In terzo luogo, reti di risposta rapida contro l’ICE si sono formate a Los Angeles, Chicago, Portland, Minneapolis e in altre città per proteggere gli immigrati dall’arresto e dall’espulsione. Queste reti e le proteste che hanno scatenato hanno costretto l’amministrazione a passare da incursioni paramilitari con granate stordenti ad arresti mirati, con la collaborazione delle forze di polizia statali e locali.
I comunisti rivoluzionari e altri attivisti cercano di unire questi fili per rendere il Primo Maggio 2026 un evento simile a quello del 2006, quando milioni di latinos e i loro alleati hanno manifestato e scioperato. Il Great American Strike (Grande sciopero americano) del 2006 e la minaccia di ulteriori azioni di massa costrinsero l’amministrazione Bush e il Congresso a fare marcia indietro rispetto al cosiddetto “Border Protection, Anti-terrorism and Illegal Immigration Control Act of 2005”. La legge avrebbe criminalizzato l’aiuto agli immigrati privi di documenti e, di conseguenza, a decine di milioni di lavoratori con familiari e amici privi di documenti.
GUARDARE OLTRE I DUE PARTITI CAPITALISTI
La classe dirigente statunitense non vuole correre rischi nelle elezioni. Nel ciclo elettorale del 2024, i Democratici hanno raccolto 3,46 miliardi di dollari, mentre i Repubblicani ne hanno raccolti 2,78. Le imprese e gli individui legati al mondo degli affari hanno contribuito con 2,13 miliardi di dollari ai Democratici e con 1,65 miliardi ai Repubblicani, pari al 61,8% del totale democratico e al 59,5% di quello repubblicano. Il sito web OpenSecrets riporta i dettagli.
Nei primi decenni del XXI secolo, i capitalisti hanno virato da Clinton a Bush, da Obama a Trump, a Biden e di nuovo a Trump. Non hanno abbandonato Trump, ma stanno già guardando oltre Trump, verso la prossima amministrazione del Partito Democratico.
I comunisti rivoluzionari devono lavorare per unire i fili della resistenza in un’azione di massa, militante e basata sulla classe lavoratrice. Allo stesso tempo, dobbiamo combattere le illusioni sull’eleggere i Democratici per fermare i Repubblicani. Non è così che funziona il sistema bipartitico.
I Democratici sono il male minore rispetto ai Repubblicani. Dobbiamo riconoscerlo. Ma la trappola sta nel vedere la politica solo come l’alternanza tra i due partiti capitalisti. I lavoratori hanno bisogno sia di un’azione di massa che di un partito di massa della classe lavoratrice. Altrimenti accettiamo la nostra stessa sconfitta.
Peter Solenberger





