Di: PCL Italia

La guerra dell’imperialismo americano e le difficoltà degli imperialismi rivali

Russia e Cina sono indiscutibilmente grandi potenze, “alleate” dell’Iran nel campo dei BRICS. Come è noto, il mondo delle sinistre campiste non solo nega la natura imperialistica di tali potenze, ma le presenta come il polo progressivo dello scenario mondiale, una sorta di scudo protettivo dei paesi dipendenti di fronte all’imperialismo USA e NATO. Sulle nostre pagine abbiamo ampiamente e ripetutamente dimostrato la totale falsità di questa rappresentazione, che rimpiazza i criteri di classe con la geopolitica, per di più a sostegno di regimi reazionari particolarmente oppressivi verso i propri salariati e altri popoli. Ma la guerra sionista americana all’Iran offre al riguardo un nuovo punto di osservazione.

La Russia di Putin aveva siglato nel 2025 un partneriato strategico con Teheran, che sarebbe dovuto durare vent’anni. La Cina è il principale importatore di petrolio iraniano. Eppure né la Russia né la Cina hanno mosso un dito di fronte all’aggressione sionista americana al loro alleato iraniano. È un fatto. Era accaduto già durante i dodici giorni della guerra di giugno, e si ripete ora, pur in presenza di un’operazione militare ben più dirompente.

Né la Russia né la Cina hanno mosso un dito in termini materiali per l’alleato iraniano. Non è un caso.

Putin ha riservato all’Iran nulla di più che “sentite condoglianze” per l’assassinio di Khamenei. La Cina ha criticato la scelta americana nel nome del dialogo multipolare. Entrambi hanno espresso condanne verbali in sede ONU, ma in termini materiali il nulla. Neppure l’assistenza di sistemi di contraerea, quali quelli forniti all’Ucraina dagli imperialismi NATO (e che l’Ucraina ha tutto il diritto di usare, come avrebbe il diritto di usarli l’Iran con eventuali aiuti russi o cinesi).

Questa linea di condotta ha le sue ragioni e le sue conseguenze.

Le ragioni sono evidenti, seppur diversificate.

L’imperialismo russo concentra le proprie forze con grandi difficoltà nell’invasione dell’Ucraina. Non ha energie militari e materiali da investire su altri fronti. Inoltre non vuole disperdere l’apertura negoziale di Donald Trump proprio sulla spartizione del paese invaso. La ripetuta astensione americana all’ONU sulla condanna dell’invasione dell’Ucraina in occasione del quarto anniversario di guerra (come già in occasione del terzo) è un riconoscimento che vale ben più dei diritti dell’Iran e della sua sovranità.

Il paradosso è che l’assistenza militare del regime iraniano alla Russia lungo la guerra d’Ucraina – in fatto di droni e di missili – è stato ben superiore a quella della Russia all’Iran. Mentre l’innalzamento del prezzo del petrolio, quale effetto collaterale della nuova guerra mediorientale, va obiettivamente a beneficio delle casse russe e del finanziamento della guerra ucraina, già di per sé agevolata dalla “distrazione” occidentale sul nuovo fronte. Non tutto il male vien per nuocere, agli occhi di Mosca.

L’imperialismo cinese si concentra sulla propria espansione economica. Sull’espansione della propria penetrazione in Africa, in Asia, in America Latina a caccia di terre, materie prime, sbocchi aeroportuali. La Cina lavora a capitalizzare la crisi profonda degli imperialismi d’Occidente e a raccogliere attorno a sé una più ampia rete di relazioni e canali diplomatici (BRICS). Mira ad allargare gli spazi della propria moneta sul mercato mondiale. Offre un sostegno tecnologico e logistico prezioso alla guerra dell’alleato russo in Ucraina. Ma non vuole coinvolgimenti militari diretti che possano mettere a rischio il suo crescente bottino. La sua forza militare va crescendo in modo massiccio, sia sul terreno nucleare che convenzionale (marina), e prevede non a caso per il 2026 un incremento di spesa del 7,5%. Ma si concentra essenzialmente in Asia, puntando in prospettiva sull’annessione di Taiwan, senza disporre di una presenza militare globale, a differenza dell’imperialismo USA. E peraltro le purghe incessanti nei massimi vertici militari da parte del regime di Xi Jinping rivelano tensioni e contraddizioni irrisolte che è bene non esporre a rischi ed incognite.

L’unica cosa certa è che né l’imperialismo russo né l’imperialismo cinese hanno alcun interesse per i diritti dei popoli e delle sovranità nazionali altrui. Come mostra la stessa posizione da essi tenuta sulla questione palestinese: complicità russa con lo Stato sionista (anch’esso non a caso astenutosi sull’invasione russa dell’Ucraina); partecipazione delle aziende cinesi allo sfruttamento sionista della Cisgiordania, occupata e colonizzata; semaforo verde di Russia e Cina nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU al piano coloniale di Trump-Blair-Netanyahu sulla Palestina attraverso un voto di astensione; apertura di Putin al cosiddetto Consiglio di pace a comando Trump avallato dall’ONU.

La Russia e la Cina, paesi imperialisti, non hanno alcun interesse per i diritti dei popoli e le sovranità nazionali. La loro posizione sulla Palestina, prima e dopo il genocidio a Gaza, lo dimostra chiaramente.

Su ogni questione, com’è naturale, tutti gli imperialismi, vecchi e nuovi, non hanno altra bussola che i propri interessi. Compreso l’interesse a partite di scambio sui diversi scacchieri: “io ti do il via libera in Ucraina, tu non metterti di traverso in Medio Oriente”. Normali transazioni fra briganti.

Tuttavia la politica imperialista di Trump, oltre una certa soglia, complica la situazione di Russia e Cina. È vero che la linea dell’America First punta ad una spartizione del mondo fra grandi potenze, rompendo l’asse transatlantico con gli imperialismi europei e riconoscendo a Russia e Cina lo status di possibili interlocutori negoziali. Ma questa linea non è affatto di per sé amichevole e distensiva. Come non lo è nessun negoziato fra briganti. Chi ha confuso trumpismo e isolazionismo, o addirittura trumpismo e “pacifismo” (come inizialmente avvenne in diversi ambienti della sinistra italiana a trazione Travaglio) non ha capito nulla dell’attuale scenario mondiale.

“America agli americani” significa espulsione della Cina (e della Russia) dall’intero continente: la defenestrazione piratesca di Maduro, la ripresa dell’intero controllo su Panama, lo strangolamento in progress di Cuba hanno esattamente questo segno. Quando è possibile, Trump usa la pressione militare come strumento di corruzione e acquisizione, come è avvenuto in Venezuela, dove l’imperialismo USA ha comprato il regime bolivariano a guida Rodriguez in cambio del suo petrolio e del suo asservimento. E come vorrebbe fare persino con Cuba – che pure è un boccone assai più indigesto – lungo la linea del negoziato avviato da Rubio col nipote di Raul Castro. Ma in ogni caso il risultato ambito è il monopolio del controllo imperialista USA sull’intero continente a scapito degli imperialismi rivali e dei loro alleati locali.

Gli USA puntano a riaffermare il proprio predominio globale facendo leva sulla superiorità militare, sia in America Latina sia in Medio Oriente.

E non si tratta solo di America. Trump punta a negoziare con gli imperialismi rivali e concorrenti da nuove posizioni di forza anche in altri continenti. A partire dal crocevia strategico del Medio Oriente.

Chi vede gli USA semplicemente a rimorchio di Netanyahu coglie solo un aspetto della realtà. Il corso guerrafondaio e genocida di Netanyahu esercita sicuramente, nel suo proprio interesse, un condizionamento sulla politica USA. Ma l’imperialismo americano usa a sua volta lo sfondamento militare di Netanyahu nella regione come strumento di ricostruzione e rilancio della propria potenza in Medio Oriente a danno degli imperialismi concorrenti. La guerra all’Iran ha anche e innanzitutto questo segno.

L’intera costruzione del Board of Peace attorno a Trump, al di là dei suoi aspetti grotteschi, è il tentativo di disegnare un nuovo ordine sionista-americano del Medio Oriente in cui sono gli USA a dominare il gioco. Russia e Cina possono trarne persino qualche vantaggio indiretto sui propri scacchieri operativi (Ucraina e Asia), ma fondamentalmente subiscono l’iniziativa americana e un ridimensionamento delle proprie aree di influenza.

Al di là dell’Ucraina, dove peraltro è impantanata in una guerra lunga, la Russia passa di rovescio in rovescio. La caduta di Assad, la sconfitta di Hezbollah, l’indebolimento dell’Iran e del suo “asse” in regione, sono colpi all’influenza dell’imperialismo russo. Certo, la Russia ha guadagnato posizioni nuove in Africa capitalizzando lo sfaldamento del vecchio colonialismo francese e ponendosi come nuovo protettore di regimi militari nazionalisti (in Mali, Burkina Faso, Repubblica Centrafricana, Niger). Ma la mancata protezione dell’alleato iraniano pone seri interrogativi proprio agli occhi dei suoi nuovi clienti africani: “possiamo affidarci alla Russia se questa non ha la forza o la volontà di assisterci di fronte a nuove possibili sfide”? I nuovi militari africani al potere ambirebbero a qualcosa di più di un eventuale esilio a Mosca.

Russia, Cina e i paesi a esse legati si trovano di fronte a nuove difficoltà. I popoli e i paesi semicoloniali restano pedine nello scontro tra imperialismi.

Più in generale l’intera area dei BRICS, fondata sulla “protezione” dell’imperialismo russo e cinese, si trova di fronte a nuove incognite.

In conclusione. L’imperialismo USA ha scelto di far leva sulla propria soverchiante superiorità militare per provare ad arrestare il proprio declino su scala globale. Russia e Cina, quali nuove potenze imperialiste, si trovano di fronte a una nuova sfida. I popoli oppressi e i paesi semicoloniali sono a un tempo vittime e merci di scambio del nuovo grande gioco degli imperialismi e dei loro equilibri di potenza.

Solo la classe lavoratrice internazionale e i popoli oppressi del mondo possono liberare l’umanità dal cinismo senza fine degli imperialismi. Delle loro guerre come delle loro “paci”.