A tre anni dal 7 ottobre 2023, continuiamo a schierarci dalla parte della liberazione palestinese contro il sionismo e l’imperialismo.

Di Marco Ferrando

Lo stato sionista ricorda il 7 Ottobre come terrorismo “antisemita”. In realtà si è trattato di una azione legittima della resistenza palestinese contro un barbaro stato coloniale. Non condividiamo l’uccisione di civili e il progetto politico di Hamas. Ma non siamo stati e non saremo mai neutrali nello scontro fra la resistenza degli oppressi e lo Stato che li opprime.

Il nostro posto è incondizionatamente al fianco della resistenza palestinese contro lo Stato sionista. Uno Stato nato dalla cacciata dei palestinesi dalla propria terra coi metodi del terrore più spietato, quale coronamento di un progetto coloniale. Il progetto storico del movimento sionista. Il progetto della sostituzione della popolazione araba con il progressivo insediamento ebraico, col sostegno delle principali potenze imperialiste. Prima dell’imperialismo britannico col famoso trattato di Belfour del 1917, poi dell’imperialismo americano a ridosso della seconda guerra. Furono le truppe britanniche fra il 36 e il 39 a colpire la prima grande intifada palestinese, fornendo ai sionisti le piantine dei villaggi arabi più resistenti alla occupazione: non a caso gli stessi villaggi che verranno distrutti per primi in occasione della Nakba, l’atto fondativo dell’attuale Stato d’Israele.

Un atto votato congiuntamente in sede Onu da tutti gli imperialismi ma anche da Stalin. Furono di provenienza staliniana, per il tramite della Cecoslovacchia, le armi impiegate dai sionisti contro i palestinesi nel 1948. Senza il soccorso militare di Stalin , come riconobbe Ben Gurion, lo Stato coloniale sionista non avrebbe visto la luce. Il fatto che Stalin si illudesse di ottenere in cambio un sostegno sionista nella guerra fredda non riduce di un grammo le sue responsabilità storiche nella Nakba palestinese. Misura semmai la cinica stupidità di un autocrate.

Di certo negli ultimi tre anni la tragedia palestinese è riemersa agli occhi del mondo. Non è stato il 7 Ottobre a spiegare la barbarie israeliana, come dicono all’unisono le diplomazie imperialiste di tutto il mondo, al di là delle “critiche”a Netanyahu. E’ vero l’opposto. E’ la barbarie senza limiti di questi anni a mostrare una volta di più il volto criminale e terroristico del sionismo,  e dunque la piena legittimità storica della resistenza palestinese, 7 Ottobre incluso.

Centomila palestinesi di Gaza  assassinati con la potenza geometrica di una volontà genocida. Case, ospedali, scuole, università, strade, ponti, tutto è stato ridotto a un immenso cumulo di macerie, con l’obiettivo di rendere impossibile ogni ritorno. Lo stesso obiettivo che in forme diverse viene perseguito nella Cisgiordania occupata, dove il terrorismo dei coloni fascisti procede alla distruzione di case e villaggi con la copertura e sostegno delle truppe regolari di occupazione.

Ancora una volta lo Stato d’Israele ha potuto perseguire questo disegno grazie alla complicità dell’imperialismo. Di ogni imperialismo. Innanzitutto dell’imperialismo Usa, militarmente ed economicamente determinante: un imperialismo che con Trump ha condiviso con Israele l’avventura imperialista contro l’Iran, al prezzo di finire lui stesso in un vicolo cieco. Ma anche degli imperialismi europei che tuttora preservano lucrosi rapporti di collaborazione con Tel Aviv. E infine anche dell’imperialismo russo e dell’imperialismo cinese, che hanno offerto in sede Onu la propria “astensione” sul cosiddetto “Board of Peace” di Trump e Netanyahu: un piano coloniale di nuova spartizione della Palestina. Il fatto che Netanyahu ricambi l’attenzione ricevuta da Putin col proprio voto favorevole all’imperialismo russo in sede Onu in occasione di ogni anniversario dell’invasione dell’Ucraina, chiarisce una volta di più la logica di scambio fra briganti sulla pelle dei popoli oppressi.

Ma questi tre anni hanno visto anche lo sviluppo di un movimento internazionale di solidarietà con la Palestina che non ha precedenti nella storia. Per la sua diffusione in tutti i continenti, per le sue dimensioni di massa in diversi paesi, per l’affacciarsi ovunque di una giovane generazione che vede in ciò che è accaduto in Palestina il segno dell’”ingiustizia nel mondo”. Spesso pagando sulla propria pelle il costo della opposizione al sionismo: come negli Usa, in Gran Bretagna, in Germania, dove la repressione del movimento Pro Pal  calpesta persino le più elementari libertà di espressione.

La Lega Internazionale Socialista ( Lis) e tutte le sue sezioni sono state, sono e saranno parte attiva di questo movimento, battendosi per la sua massima estensione, e soprattutto per l’ingresso al fianco della Palestina del movimento operaio e sindacale. In Italia è stato il PCL, sezione italiana della Lis, a battersi controcorrente per due anni nel movimento operaio a favore dello sciopero generale unitario per la Palestina, poi tenutosi il 3 Ottobre 2025 in ragione della pressione di massa. Cosi tutte le organizzazioni della Lis sostengono le lotte dei lavoratori portuali per il blocco di ogni traffico con Israele, come in occasione dello sciopero internazionale del prossimo 30 Ottobre. Lo stesso vale per il nostro impegno antisionista nelle scuole e nelle università.

Ma il nostro intervento non si limita alla solidarietà. Affronta la questione decisiva che tanto più oggi si pone alla resistenza palestinese: quale bilancio trarre e a quale sbocco finalizzare la resistenza stessa? Il punto strategico centrale è molto chiaro: nessuna soluzione della questione palestinese è compatibile con la sopravvivenza dello Stato coloniale sionista. Uno stato confessionale, privo persino di una Costituzione, che si fonda giuridicamente sulla cancellazione del diritto al ritorno, sull’occupazione militare, sull’apartheid nei confronti della popolazione araba di Cisgiordania e Gaza, sulla discriminazione anti araba persino all’interno di Israele, altro non è che una struttura coloniale.  Tutte le rivendicazioni democratiche del popolo palestinese , a partire dal diritto al ritorno, richiedono la distruzione del colonialismo sionista. “La Palestina sarà libera dal fiume al mare” è non a caso la parola d’ordine egemone nel movimento internazionale di solidarietà.

Ma la distruzione dello Stato sionista non può essere opera della sola resistenza palestinese. La drammatica esperienza di questi anni lo conferma.  La resistenza armata palestinese è sicuramente componente essenziale della lotta. Ma la liberazione è inseparabile dalla sollevazione rivoluzionaria delle masse arabe contro i propri regimi filo sionisti e filoimperialisti, e dalla stessa sollevazione di massa del popolo palestinese, in particolare in Cisgiordania. La saldatura della resistenza con la rivoluzione araba è un passaggio decisivo per la liberazione della Palestina.

Tutto ciò chiama in causa le direzioni attuali del movimento palestinese.

La direzione di Al Fatah, responsabile dei famigerati accordi di Oslo ( 1993), ha fatto completa bancarotta. Il suo unico scopo è ottenere un riconoscimento diplomatico dell’imperialismo internazionale al nuovo tavolo di spartizione della Palestina. La sua politica in Cisgiordania tramite Anp si è ridotta in larga misura al collaborazionismo con l’occupante.

La direzione di Hamas, grande beneficiaria del discredito di Al Fatah, persegue un disegno di repubblica islamica, in qualche modo “negoziato” con alcune monarchie del Golfo,  che si vorrebbe “garantito” da Iran e Hezbollah. I fatti dimostrano il vicolo cieco di questa impostazione persino all’interno della logica islamista che la ispira. Come dimostra la firma di Hamas sul piano di Trump per Gaza.

La liberazione della Palestina è inseparabile dalla liberazione della nazione araba dal sionismo e dall’imperialismo. Dunque è inseparabile dalla prospettiva della rivoluzione socialista in terra araba e nell’intero Medio Oriente. Costruire una nuova direzione della resistenza palestinese ed araba all’altezza di questo compito è l’impegno della LIS e delle sue sezioni, a partire dalla propria sezione libanese, oggi in prima fila nella lotta contro l’occupazione israeliana del Libano.