Jeremy Dewar
Il 30 ottobre si è svolto il più grande sciopero internazionale dei portuali della storia. Si sono registrate iniziative sindacali in almeno 113 porti di 22 paesi in cinque continenti, dall’Australia all’Irlanda, dall’India agli Stati Uniti. In molti porti, soprattutto in Italia e in Francia, le operazioni di trasporto marittimo sono state completamente interrotte per 24 ore, mentre in altri i lavoratori hanno incrociato le braccia per due ore. Nel Mediterraneo, il 40% di tutte le merci, per un valore di 1,5 miliardi di sterline, è rimasto bloccato.
L’organizzazione “International Dock and Transport Workers Against War and Genocide” ha lanciato l’appello allo sciopero a maggio, sulla base della propria Dichiarazione di Istanbul. Sebbene all’epoca la coalizione contasse solo sei sindacati, le forze si sono moltiplicate, in particolare nell’ultimo mese.
I lavoratori chiedono la fine del genocidio in Palestina, la solidarietà con Cuba e con i popoli del Venezuela e del Sudan, e che i porti non vengano utilizzati per il trasporto di armi o componenti militari. La Dichiarazione rivendicava inoltre aumenti salariali, contratti sicuri e orari di lavoro ridotti, oltre al controllo su ogni forma di automazione.
Unendo l’antimilitarismo alle rivendicazioni economiche, i sindacati hanno dimostrato ai portuali che non stavano accettando passivamente la perdita di posti di lavoro, ma che chiedevano un orario di lavoro ridotto, condizioni più sicure e una retribuzione dignitosa.
L’Unione Sindacale di Base, promotrice dell’iniziativa, ha abbinato questo sciopero alla richiesta di uno sciopero generale, sostenuta da altri cinque sindacati di base, tra cui Cobas, e da decine di migliaia di studenti. Genova è rimasta paralizzata.
Anche in Francia i giovani si sono schierati a fianco dei portuali. La causa della Palestina sta loro molto a cuore e le iniziative nell’ultimo mese hanno chiaramente rafforzato la militanza dei lavoratori. Tutti i 22 porti sono stati chiusi dal principale sindacato, la CGT. A Le Havre è stata bruciata un’effigie del presidente Emmanuel Macron.
REGNO UNITO: UN PRIMO PASSO
Alle 5.30 del mattino del 30, sindacalisti di base, palestinesi e sodali sono scesi dal nostro pullman nella fitta nebbia che avvolgeva l’estuario del Tamigi per posizionarsi all’ingresso del porto di Tilbury. La polizia è stata colta completamente di sorpresa, dato che i nostri manifesti e volantini annunciavano l’iniziativa per le 9 del mattino. Le forze dell’ordine non hanno intrapreso alcuna azione se non quella di mantenere una distanza di sicurezza tra noi e il flusso costante di autocarri pesanti che entravano sulla banchina di carico.
Nel giro di pochi minuti, sono stati srotolati striscioni con le scritte “I portuali non lavorano per la guerra” e “Cento porti in tutto il mondo bloccano i trasporti del genocidio”, sono stati distribuiti volantini e lanciati slogan con megafoni e tamburi. Era la prima volta che gli attivisti britannici contro la guerra si rivolgevano ai portuali britannici chiedendo a loro, e non ai loro capi sindacali, un’azione di solidarietà.
Tra le ore 6.00 e le 9.00, oltre 3.000 lavoratori iniziano il proprio turno; la maggior parte degli operai, il nostro bacino di riferimento principale, arriva nella prima ora. Nonostante le difficoltà nell’avvicinarci ad auto e furgoni, abbiamo distribuito centinaia di volantini, parlato con decine di portuali e fornito lo spunto di conversazione principale tra le squadre e in mensa.
La nostra richiesta immediata era modesta rispetto agli standard internazionali: indossare una spilla della Palestina; parlare con i propri colleghi del genocidio e degli scioperi; chiedere una riunione di stabilimento alla presenza di un portuale internazionale per discutere dell’adesione alla coalizione alla prossima iniziativa.
Il nostro volantino sottolineava «l’aumento dei ritmi, gli orari estenuanti, il precariato, le condizioni insicure e i bassi salari» a cui sono soggetti i lavoratori portuali, nonché la necessità che i lavoratori «si organizzino in modo indipendente» contro la guerra e l’aumento del costo della vita.
I militanti di Workers Power hanno avuto un ruolo di primo piano per tutta la mattinata, distribuendo volantini, intonando slogan e sventolando striscioni, oltre a tenere tre discorsi molto apprezzati dai partecipanti alla manifestazione. Questo è stato il culmine del nostro lavoro di preparazione, che ha comportato la realizzazione di striscioni, la stesura di volantini, l’invio di comunicati stampa e di proposte di mozione alle sezioni sindacali e ai coordinamenti.
Dopo che il numero dei manifestanti era salito a oltre cento, e con l’entrata degli operai al lavoro, abbiamo deciso di concludere l’azione al porto verso le 10.30 e abbiamo organizzato una breve manifestazione e un comizio finale a Tilbury Town, dove la precedente distribuzione di volantini e l’affissione di manifesti avevano riscosso un buon riscontro. La maggior parte dei negozi e dei caffè è gestita da lavoratori migranti, che erano già contrari alla guerra.
Nonostante la reputazione di zona di destra che caratterizza l’area – alle elezioni dello scorso maggio, su 54 consiglieri ben 50 sono stati eletti con Reform – numerosi altri residenti hanno applaudito i nostri sforzi. In particolare, abbiamo avuto il sostegno dell’associazione irlandese locale. Ciò dimostra che è stato il fallimento dei leader riformisti nel raggiungere, ispirare e organizzare i lavoratori nelle regioni industriali della Gran Bretagna ad aver favorito l’ascesa di Nigel Farage, non una qualche arretratezza intrinseca dei lavoratori.
PREPARAZIONE E PROSECUZIONE
Workers Power non solo ha avuto un ruolo di primo piano quel giorno, ma ha fatto parte del gruppo organizzativo centrale. La campagna è iniziata con un incontro pubblico nel sud di Londra il 13 ottobre, ospitato dal Southwark Trades Council (l’associazione delle sezioni sindacali locali), durante il quale è intervenuto Mick Flynn della CGT di Marsiglia. Durante questo incontro, e un altro a Liverpool, Mick ci ha invitato a rivolgerci ai portuali e al loro sindacato, Unite, affinché sostenessero l’appello e aderissero alla coalizione.
Più facile a dirsi che a farsi. Unite ha una dirigente notoriamente favorevole al riarmo e contraria alla causa palestinese, Sharon Graham. A Liverpool, il coordinatore di Unite (rappresentante sindacale di lunga esperienza) ha convinto i promotori della campagna a spostare la protesta nel centro città, lontano dalle banchine di carico. A Londra non volevamo incappare in atteggiamenti simili.
Per tre anni abbiamo volantinato nei centri cittadini. Per tre anni il movimento dei Giovani Palestinesi ha tenuto riunioni con Unite a Tilbury, senza però incontrare un solo portuale. Questa volta eravamo intenzionati ad avvicinare i lavoratori di persona. Abbiamo scritto al coordinatore (che di fatto è un funzionario a tempo pieno) in tal senso, ma non abbiamo ancora ricevuto risposta, anche se sappiamo che ha avuto contatti con UBS in Italia; quindi, la situazione potrebbe essere in evoluzione.
Abbiamo avuto più fortuna con i movimenti contro la guerra e di solidarietà con la Palestina, quattro coordinamenti sindacali e diverse sezioni sindacali. Ma la grande svolta è arrivata con il sostegno unanime del coordinamento regionale londinese del sindacato Rail, Maritime and Transport (RMT). Purtroppo, tale sostegno è arrivato proprio alla vigilia dello sciopero, ma il sindacato potrebbe rivelarsi un potente alleato in futuro, dato che organizza alcuni lavoratori chiave all’interno dei porti.
Ora intendiamo approfondire la campagna e contiamo sull’aiuto generoso e importante di Mick da Marsiglia, oltre che sul prestigio derivante dall’aver già organizzato la più grande iniziativa di solidarietà dei lavoratori in tre anni di genocidio. Non dobbiamo solo cercare di conquistare i lavoratori portuali di Tilbury, ma anche incoraggiare Liverpool ad adottare un approccio più diretto, oltre a rivolgerci ad altri porti importanti, come Felixstowe, Southampton e quelli in Scozia.
Ci troviamo di fronte a una crisi inflazionistica che sta colpendo con maggiore forza i beni di prima necessità come il carburante e gli alimentari, a cui si aggiunge un governo laburista impegnato nel riarmo. Il primo ministro Andy Burnham mente quando sostiene che un maggior numero di fabbriche di armi (tra cui una a Southwark!) porterà alla reindustrializzazione della Gran Bretagna, e nel contempo esorta i cittadini a fare scorta di cibo in scatola e batterie di emergenza in caso di un attacco russo. I lavoratori portuali si sono messi a ridere quando abbiamo menzionato questo invito.
Collegando la lotta per salari più alti e orari di lavoro ridotti alla lotta per fermare la guerra, possiamo mobilitare i lavoratori britannici e incoraggiarli a imparare il francese, l’italiano e lo spagnolo, cioè a entrare in contatto con i giovani e ad alzare il livello di resistenza. Non abbiamo alcun dubbio che ciò comporterà una battaglia contro la burocrazia sindacale, che ha messo la sua influenza al servizio del Partito Laburista e tiene i propri tesserati sotto controllo.
Da parte nostra, Workers Power, sezione britannica della Lega Internazionale Socialista, solleverà anche la necessità di una nuova Internazionale della classe operaia. Come ha detto Mick a Tilbury: “C’è chi definisce gli studenti francesi dei rivoltosi. Io li chiamo rivoluzionari!”. Una nuova Internazionale che deve essere, come le quattro precedenti, un’Internazionale comunista rivoluzionaria.








