Uno dei cento uomini più ricchi del mondo è arrivato in Argentina per sostenere e supervisionare l’esperimento libertario. Peter Thiel, fondatore di Palantir, è uno dei principali mentori imprenditoriali e ideologici dell’estrema destra globale. Da anni professa scetticismo nei confronti della democrazia, difende il suprematismo e incoraggia l’uso della tecnologia per la sorveglianza, la repressione e gli interventi imperialisti. La notizia del suo soggiorno nel Paese, non appena trapelata, si è diffusa largamente sui principali media e sui social network, sollevando un interrogativo su tutti: cosa ci fa Peter Thiel in Argentina?
Dopo il suo breve passaggio in Argentina nel febbraio 2024, quando il governo Milei era ai suoi esordi e la riconfigurazione libertaria (dal nome del partito di Milei, ndr) del Paese era appena stata avviata, Peter Thiel è ritornato nuovamente, avvolto nel mistero, ma questa volta con una posta in gioco apparentemente maggiore. Le informazioni arrivano col contagocce: si parla dell’acquisto della casa più lussuosa di Buenos Aires, dove prevede di stabilirsi per due mesi per tenere riunioni con funzionari e imprenditori locali.
Thiel nutre un particolare interesse per l’Argentina, che due anni fa ha definito come «la versione estrema di ciò che può accadere negli Stati Uniti e in Europa», riferendosi a un “Paese potenza” che, secondo l’imprenditore, trascina una decadenza storica da cento anni. Ora la sua preoccupazione – e occupazione – per l’Argentina è diversa. Il suo alleato politico, Javier Milei, ha superato di poco la metà del mandato con una popolazione che tollera sempre meno l’esperimento libertario, a causa delle severe restrizioni e delle sofferenze che comporta per milioni di lavoratori che, a suo tempo, hanno votato per Milei.
La popolarità del presidente è intaccata dalla mancanza di traguardi da festeggiare tra i settori popolari, nel mezzo di nuove denunce di corruzione verso alti funzionari e lotte interne, che si alimentano davanti all’ipotesi aperta di una sconfitta elettorale nel 2027. La crisi, precedentemente risolta con il sostegno finanziario del Tesoro degli Stati Uniti, che ha permesso a Milei di riprendere fiato nelle elezioni legislative dello scorso anno, questa volta si coniuga con una situazione più critica per i governi dell’ultradestra nel mondo. In Ungheria, a Viktor Orbán non è bastato l’appoggio del vicepresidente J.D. Vance, il principale alleato politico di Thiel al governo. Negli Stati Uniti, Trump vede prolungarsi un conflitto con l’Iran che danneggia criticamente la stabilità in un anno elettorale.
L’assistenza di Thiel al governo Milei è ancora in fase di sviluppo, sebbene siano già un dato di fatto le diverse leggi e i decreti che hanno preparato la legislazione argentina che renderà operativo uno Stato più autoritario, sostenuto dalle nuove tecnologie e dall’imperialismo. La riforma della Legge sull’Intelligence nel dicembre 2025, avvenuta nell’ombra e per via di decreti, ha abilitato la creazione del Centro Nazionale di Cibersicurezza (CNC), concretizzatosi infine nel febbraio di quest’anno. Allo stesso modo, tramite decreto, Milei ha permesso alle truppe statunitensi di entrare nel territorio nazionale per realizzare le esercitazioni militari congiunte “Daga Atlántica” e “PASSEX”.
La dinamica dell’”accelerazione in curva”, rispettata alla lettera da Milei, coincide interamente con le idee professate da Peter Thiel e con la sua visione critica della democrazia liberale. La difesa dell’Occidente, ovvero l’imperialismo yankee e i Paesi allineati, è un compito al quale anche Milei dichiara totale obbedienza quando spiega che «non possiamo convivere con chi ci vuole uccidere». In quelli che sembrano deliri messianici di un presidente instabile si riesuma persino la figura dell’”anticristo”, che circonda la visione apocalittica di Thiel sui nostri tempi. È quindi necessario precisare alcune risposte di fronte alla seguente domanda:
CHI È PETER THIEL?
Il “guru apocalittico del tecnofascismo”, “il filosofo che ha smesso di credere nella democrazia”, “l’intellettuale del tecnoimperialismo” e molti altri sono i modi drammatici in cui i media si riferiscono a Peter Thiel. Tutti e ciascuno di essi giustificati, come vedremo. Thiel fa parte della generazione di milionari che hanno costruito le loro fortune traendo vantaggio dalla crisi del 2008 e soprattutto con la pandemia del 2020, durante la quale la sua ricchezza è passata da 2.300 milioni a circa 6.500 milioni di dollari nel 2022.
Sebbene sia nato in Germania, è stato poi naturalizzato statunitense, e nella sua biografia viene spesso sottolineato il suo passaggio in Sudafrica durante parte dell’infanzia e della giovinezza ai tempi dell’apartheid, il che permette di intuire i modelli politici che gli sono serviti da ispirazione. Nonostante sia maggiormente conosciuto per la sua attività nel mondo degli affari e della tecnologia, la sua formazione accademica si basa sulla filosofia e sul diritto, acquisita presso l’Università di Stanford (California), dove ha studiato durante gli anni ’80.
La sua traiettoria si è concentrata sul raccolta di capitali per il settore tecnologico, distinguendosi all’inizio della sua carriere nel 1998 come cofondatore di PayPal insieme a Elon Musk. Ha consolidato il suo successo divendando uno dei primi investitori chiave nella crescita di Facebook. Oggi guida Founders Fund e Palantir Technologies. Quest’ultima è una società di incrocio e analisi di big data impiegata dall’esercito statunitense per la designazione automatizzata di obiettivi militari in Iran. La precisione di questo sistema è ampiamente messa in discussione, poiché il bombardamento della scuola iraniana, che ha provocato il massacro di oltre cento bambine, potrebbe essere stato il risultato di un errore nell’identificazione del bersaglio da parte del software.
Le sue dichiarazioni in diverse interviste ci permettono di ricostruire un’idea delle idee che professa. Nel 2015 ha affermato:
«Una delle cose che mi attraggono della tecnologia è che, quando non è regolamentata, puoi trasformare il mondo senza dover chiedere l’approvazione di altri. Nel migliore dei casi, non è soggetta al controllo democratico né alle maggioranze, che spesso sono ostili al cambiamento».
Ma forse ancora più eloquenti – e allarmanti – sono state le sue parole alla conferenza Libertopia del 2010, dove si è riferito al rapporto tra tecnologia e politica:
«L’idea di base era che non avremmo mai potuto vincere un’elezione per ottenere certe cose perché eravamo una minoranza troppo piccola. Ma forse si poteva cambiare il mondo unilateralmente, attraverso mezzi tecnologici, senza dover convincere costantemente la gente e implorare persone che non saranno mai d’accordo con te. Ed è qui che considero la tecnologia un’alternativa veramente incredibile alla politica»
Le sue non sono parole al vento; sono l’espressione di un lavoro affrontato per anni al fine di rafforzare il potere del capitale e la protezione dell’imperialismo statunitense. Il luogo in cui le sue idee reazionarie si materializzano con maggiore chiarezza è senza dubbio Palantir, le cui origini e la cui collocazione nel complesso militare-industriale nordamericano sono state trattate in un altro articolo (1). La novità è che, con Peter Thiel in Argentina, l’azienda diretta da Alex Karp ha pubblicato tramite X/Twitter un manifesto che esprime i cardini delle sue operazioni: una sfacciata difesa del capitalismo accelerazionista.
“LA REPUBBLICA TECNOLOGICA”
La storia di Palantir è segnata dal mistero e dall’ermetismo riguardo alle sue attività. La sua stretta cooperazione con i servizi di intelligence risale alle sue origini, con miti che le hanno dato popolarità e che vengono attribuiti alla sua storia, come la cattura di Osama bin Laden (mai ammessa ma nemmeno smentita). Oltre alle devastazioni generate in Medio Oriente, Palantir è stata anche il supporto digitale dell’ICE per la caccia ai migranti in tutti gli Stati Uniti.
Attraverso le sue azioni, l’azienda stava già chiarendo le proprie visioni sul modello cui punta. Ma se restava qualche dubbio, è stato spazzato via dalla pubblicazione del manifesto “La repubblica tecnologica“. Nei suoi 22 punti si articolano xenofobia, nazionalismo e l’appello alla produzione di armi basate sulla tecnologia. Possiamo raggruppare le tesi elencate nella pubblicazione in alcuni temi generali:
La tecnologia. Fin dall’inizio si invita la Silicon Valley a schierarsi nelle discussioni sulla difesa, sia esterna che interna, del Paese che «ha reso possibile la sua crescita». Non sembra esserci più tempo per dibattiti sul ruolo della tecnologia: è il momento di agire per vincere una corsa in cui gli avversari degli Stati Uniti non si fermeranno, avendo superato l’era atomica per mettere ora al centro l’Intelligenza Artificiale. La possibilità di superare gli attuali limiti tecnologici è un obiettivo allettante che l’azienda propone a investitori e funzionari.
L’ambito politico. Si decreta la fine del soft power, ridotto a «mera retorica»; è il momento di imporre l’hard power, e questo potere duro sarà costruito sulla base di un software. Si esprime tuttavia solidarietà verso i funzionari che si espongono alla vita pubblica, in tempi in cui il caso Epstein e diversi scandali di corruzione rivelano il vero volto dei presunti servitori del popolo.
Naz(ional)ismo. Ipocritamente, si riflette sull’intolleranza religiosa per poi precisare che «non tutte le culture sono uguali», poiché alcune producono progressi mentre altre sono disfunzionali e regressive. L’egemonia statunitense è rivendicata come un faro di tale cultura progressista e perfetta, alla quale dobbiamo una lunga e prolungata pace che, paradossalmente, ha finito per allontanare le nuove generazioni dalla guerra tra grandi potenze e – se ne deduce – dal patriottismo.
La guerra? Viene fatto un appello all’introduzione del servizio militare negli Stati in quanto «dovere universale», mentre l’industria ha il dovere di garantire i migliori progressi militari all’esercito. Infine, si esprime preoccupazione per l’indebolimento di Germania e Giappone dopo il dopoguerra, per il quale l’Europa paga ora un prezzo molto alto e che in Asia apre la possibilità di uno squilibrio regionale, qualora non venisse messo in discussione il pacifismo giapponese.
Tutto questo è chiarificatore per comprendere alcuni dei probabili orientamenti su cui Peter Thiel intende indirizzare il governo argentino e l’élite imprenditoriale nazionale. Con l’assistenza di un personaggio come quello descritto, l’offensiva contro i lavoratori non prenderà altra strada se non quella del suo rafforzamento. Eppure ciò non garantisce affatto il successo dell’esperimento libertario, il cui logoramento può accentuarsi sotto la pressione delle mobilitazioni in corso. Come rivoluzionari abbiamo il compito di sostenere tutte le lotte e costruire un’alternativa che affronti con fermezza i reazionari. I principali miliardari del mondo fanno chiarezza sull’incompatibilità dei propri interessi con le libertà democratiche, e sulla direzione verso cui cercano di orientare la tecnologia. Sono tempi decisivi, il futuro è in gioco.
(1) https://lis-isl.org/es/2026/04/big-tech-y-la-guerra-capitalista/
Manuel Velasco





