Alessio Ecoretti
Su decisione del premier reazionario sloveno, Janez Janša, è stata aperta l’ambasciata dello Stato coloniale sionista a Lubiana, dopo un periodo piuttosto lungo di tempo durante il quale il precedente governo social-liberale aveva assunto posizioni critiche, più o meno nette, verso l’operato di Tel Aviv e il genocidio del popolo palestinese (parliamo del governo a trazione del partito Gibanje Svoboda, Movimento Libertà). Presente all’inaugurazione, con tutti gli onori, il ministro degli Esteri israeliano, Gideon Sa’ar, fervido sostenitore dei crimini contro i palestinesi, accolto in pompa magna dal suo omologo sloveno, Tone Kajzer. Quest’ultimo ha approntato per l’occasione un’agenda “impegnativa”, anche per lo staff di imprenditori israeliani attirati dalla puzza di affari. Questi hanno partecipato a un forum organizzato dal ministro dell’Economia, con la partecipazione dell’agenzia SPIRIT Slovenia e della Camera di Commercio e Industria slovena, per confrontarsi «sulle principali opportunità di cooperazione commerciale», discutere di nuovi investimenti e firmare un memorandum di «cooperazione nei settori istruzione, scienza, cultura, gioventù e sport».
Sa’ar non ha risparmiato una sequela di discutibili affermazioni durante questa “giornata storica”, secondo quanto riportato dall’Associated Press. «L’unica democrazia in Medio Oriente e l’unico, quasi, vero e onesto partner europeo», «Inoltre, stiamo difendendo l’Europa e la sicurezza dell’Europa, direttamente e indirettamente» e «Israele è il bastione in prima linea per la civiltà occidentale». Non manca mai un pizzico di suprematismo e, guarda caso, questa fantastiliosa, o, meglio, mitologica “unica democrazia del Medio Oriente” si ritrova puntualmente a fare affari con i governi più corrotti e reazionari sulla piazza.
Mentre diversi Paesi europei stanno tardivamente bloccando il commercio con gli avamposti coloniali nei territori occupati, Janša ci ha tenuto a dichiarare che «il solo danno economico causato dalle politiche antisemite della coalizione di Golob è enorme». Robert Golob è il premier liberale uscente, per intenderci. Un’affermazione curiosa, se pronunciata da un nazionalista in procinto di svendere il Paese alla borghesia di una colonia d’insediamento di un altro continente.
Janša, proveniente dallo Slovenska demokratska stranka (Partito Democratico Sloveno), formazione passata da un centrismo sui generis a una chiara inclinazione conservatrice, misogina e xenofoba, ha assunto la carica di primo ministro nonostante il suo partito fosse arrivato al secondo posto nella competizione elettorale, poiché la coalizione vincente non è riuscita a produrre la maggioranza di governo necessaria. Ciò ha portato alla frustrazione della maggioranza dell’elettorato sloveno, che si è così visto appioppare un filosionista “orbaniano/trumpiano” a causa dell’inettitudine della borghesia liberale.
Quest’ultima ha assistito a un calo dei consensi non indifferente e persino allo scippo della vittoria alle urne: dopo aver ottenuto in passato un certo consenso proprio in virtù dell’essersi posta in antitesi a Janša, è riuscita ad alienarsi una grossa fetta di elettorato, così che il premier reazionario ha approfittato della sua debolezza per mettere rapidamente in piedi una coalizione risicata con i cristiano-democratici di Nova Slovenija e il partito Demokrati, formazione ad personam del liberal-conservatore Anže Logar, e col supporto e il voto dei grotteschi reazionari, complottisti e filorussi del Resni.ca.
Non è la prima volta che Janša riesce ad accedere alla carica di primo ministro: si tratta della quarta, anche se pure nel 2020 non è stato eletto direttamente, bensì si è trattato di un subentro. Ha fondato le sue scelte politiche sull’ostilità verso i migranti e su torsioni antidemocratiche e presidenzialiste, nonché sull’espansione del settore privato a scapito di quello pubblico. Non è mancata la diretta promozione dell’emittente reazionaria Nova24TV, che egli stesso ha contribuito a fondare.
D’altronde, parliamo di un “degno” figlio del padre, indicato come potenziale vittima delle “foibe” in quanto membro dei reparti collaborazionisti sloveni filonazisti (Slovensko domobranstvo) e, apparentemente, scampato miracolosamente alla morte. Altro dettaglio interessante dell’oscura carriera di politicante borghese di Janša – innumerevoli le opportunistiche svolte a destra e a sinistra a seconda della convenienza, soprattutto nella prima parte della sua carriera, nonché da rapporti ambigui con servizi segreti e traffici d’armi – è la condanna per corruzione del 2013, successivamente annullata un paio d’anni più tardi.
In ogni caso, la città è stata attraversata da un corteo di migliaia di persone mercoledì 9 settembre. Numeri non disprezzabili, viste le condizioni meteorologiche avverse e il contesto sloveno, che ha visto un incremento degli episodi di lotta a partire dall’instaurazione del governo reazionario. Erano presenti ampi settori studenteschi, in particolare Študentsko društvo Iskra, dal carattere fortemente antimperialista e in polemica con l’inerzia dei partiti della sinistra slovena, nonché gruppi di solidali oltreconfine e una piccola delegazione della Lega Internazionale Socialista.
Il Movimento Libertà sta cercando, in modo piuttosto vacuo, di capitalizzare il dissenso, pur essendo stato di fatto e su determinati temi l’apripista del governo reazionario, in particolare attraverso una discutibile riforma del sistema pensionistico e il rafforzamento della polizia, del militarismo e delle politiche antimigratorie.
Insieme a Levica (La Sinistra), ha depositato una richiesta di messa in stato d’accusa contro il primo ministro e la rimozione dal suo ruolo anche di Kajzer, accusando Janša di porre la politica estera slovena al servizio di quella israeliana e di aver impiantato l’ambasciata sionista in tutta fretta per restituire il favore, in quanto si ritiene che Janša abbia ricevuto il palese sostegno di Tel Aviv durante le elezioni.
Non è neppure la cosa peggiore compiuta dal governo: appena insediato, si è preoccupato di far rimuovere la bandiera palestinese che campeggiava nel palazzo del governo accanto a quella nazionale, a quella dell’Unione Europea e a quella ucraina. Ha revocato tutte le misure ostili allo Stato israeliano, come l’embargo sulle armi, lo stop alle importazioni dagli insediamenti illegali secondo il diritto internazionale e il divieto d’ingresso nel Paese per Netanyahu, Smotrich e Ben-Gvir. Ha inoltre portato avanti, sul piano della politica europea, una campagna di annacquamento delle critiche nei confronti del regime sionista.
Richiedere le dimissioni del neonato governo è certamente giusto, ma alle classi popolari interessa un cambiamento radicale della situazione politica slovena: un cambiamento che può essere costruito soltanto da un movimento anticapitalista conseguente e di massa e dall’abbattimento del regime di schiavitù capitalista, che finché perdura non potrà che generare uno Janša dopo l’altro.
E questo cambiamento non sarà certo compiuto da un partito socialdemocratico, liberaldemocratico o confusamente radicaleggiante, impegnati in tutto fuorché nella pedagogizzazione rivoluzionaria delle masse. Allo stesso modo, non bastano i piccoli gruppi movimentisti a superare e abbattere il governo Janša e tutto il sistema che gli fa da corollario. C’è da auspicare, proprio per raggiungere questo obiettivi, la creazione di una sezione della Lega Internazionale Socialista in Slovenia, come altrove, che possa fungere da cinghia di trasmissione per una visione concretamente rivoluzionaria.








