Il referendum “sulla Giustizia” del 22/23 Marzo in Italia ha registrato una sconfitta politica netta del governo reazionario di Giorgia Meloni. La prima vera sconfitta politica dopo quasi quattro anni di governo.

La proposta di modifica costituzionale dell’assetto della magistratura avanzata dal governo conteneva paradossalmente alcuni aspetti in sé “democratici”, come la separazione tra le carriere dei giudici e quelle dei pubblici ministeri. Ma si trattava della copertura “democratica” di un progetto reazionario: il rafforzamento del potere esecutivo a scapito di quello giudiziario, dentro una prospettiva di Premierato. Una prospettiva di elezione diretta del Premier quale capo del governo, perciò stesso dotato di poteri accresciuti e straordinari.

Il fronte del Si alla riforma ha raccolto l’insieme dei partiti della destra ( Fratelli d’Italia, Forza Italia, Lega), con in testa la Presidente del Consiglio, più alcune piccole frange di centrosinistra di ispirazione “liberal borghese”. Il No ha registrato il sostegno del campo largo di centrosinistra ( Partito Democratico, Movimento Cinque Stelle, Alleanza Verdi Sinistra) con l’eccezione di una componente borghese di Centro ( Italia Viva di Matteo Renzi, ex presidente del Consiglio tra il 2014 e il 2016). Il centrosinistra, pur contrapponendosi al governo reazionario, ha fatto blocco totale con la corporazione borghese dei magistrati. Le sinistre riformiste cosiddette “radicali” ( Rifondazione Comunista e Potere al Popolo) si sono accodate integralmente all’impostazione “giustizialista” del centrosinistra. Nel caso del PRC con la speranza di risalire sul carro del centrosinistra e di un suo possibile governo in occasione delle prossime elezioni politiche.

Al di là del merito della questione giudiziaria, lo scontro referendario ha assunto da subito un carattere politico preminente: a favore del governo o contro il governo. Giorgia Meloni si è spesa in prima persona a favore del SI nella illusione di vincere. Una vittoria referendaria le avrebbe spianato la strada nel cammino del Premierato e in vista delle elezioni politiche del 2027. Tutta la sua campagna, di stampo trumpiano, ha teso a rappresentare la magistratura come un intralcio alla politica legge e ordine del governo a favore di “strupratori, pedofili, violenti”. Ma l’arroganza del governo ha subito una clamorosa sconfitta. Il No ha vinto col 54% contro il 46%,  14 milioni di votanti contro 12 milioni. Con un largo successo in tutte le principali città, nella quasi totalità delle Regioni ( con l’eccezione di Lombardia, Veneto, Friuli). Molto significativo il voto dei giovani sotto i 34 anni, per il 61% a sostegno del No.

La spinta dominante del No è stata la contrapposizione politica ad un governo reazionario e filo trumpiano. Già nel settembre e ottobre del 2025 si era manifestato un vasto movimento di massa, a carattere prevalentemente giovanile, a sostegno della Palestina e della Flottilla contro il governo Meloni e la sua complicità col genocidio. Quel movimento fu poi disinnescato dalle burocrazie sindacali e dalle sue direzioni. E tuttavia ha lasciato un segno nell’opinione pubblica democratica e giovanile favorendo la sua radicalizzazione. Successivamente i fatti di Minneapolis, le pretese di Trump sulla Groenlandia, la sua pirateria coloniale in Venezuela, le sue minacce contro Cuba, e infine la nuova guerra sionista americana contro l’Iran hanno caricato una crisi radicale di rigetto del trumpismo, e di riflesso di ogni complicità col trumpismo. Giorgia Meloni è stata anche vittima della sua sovrapposizione prolungata con Trump e Netanyahu. Il voto contro Meloni è stato anche un voto contro Trump. La stessa crescita dell’affluenza al voto è stata trainata prevalentemente da questo sentimento.

L’effetto politico del voto si farà sentire. Il governo resta in sella anche perchè le opposizioni liberal progressiste di centrosinistra non chiedono le sue dimissioni. Ma i progetti di riforma istituzionale sono di fatto azzerati. Il suo spazio di manovra sul terreno economico sociale è limitatissimo a fronte di un enorme debito pubblico, e in un quadro di prolungata crisi industriale. Mentre l’impennata dei prezzi sui carburanti e sui beni di prima necessità minaccia la sua base di consenso. Al momento non abbiamo ancora una frana del blocco sociale reazionario su cui il governo si regge. Ma le sue contraddizioni interne si acuiscono, e la sconfitta di Meloni e della sua immagine di “invincibilità” tenderà a moltiplicarle.

Il Partito Comunista dei lavoratori si è impegnato per il No al governo da una angolazione indipendente, classista, anticapitalista. Il nostro è stato un No al governo reazionario non un Si alla magistratura borghese e alla difesa corporativa della sua unità. Per questo non abbiamo preso parte ai comitati per il No, dominati dalla Associazione Nazionale magistrati.

Parallelamente prendiamo parte con gioia ai festeggiamenti popolari unitari per la vittoria del NO sulla base di una precisa parola d’ordine: “ Via il governo della reazione, per una vertenza generale attorno ad una piattaforma unificante, per un governo dei lavoratori e delle lavoratrici”. Sono le parole d’ordine con cui parteciperemo in forma organizzata alla nuova grande manifestazione nazionale che si terrà a Roma il 28 Marzo.

PARTITO COMUNISTA DEI LAVORATORI