Il memorandum annunciato di 14 punti circa l’intesa tra Usa e Iran non è ancora di dominio pubblico nel suo dettato formale. Ma quattro aspetti sono già ora fin troppo chiari.

Di Marco Ferrando

Non si tratta di un accordo di “pace” ma dell’avvio di un negoziato. Il suo unico contenuto certo è lo sblocco progressivo dello stretto di Hormuz, che tuttavia implica una complessa operazione di sminamento, non certo breve.

Il memorandum sarà sufficientemente ambiguo per consentire alle due parti di sbandierare la vittoria presso le rispettive opinioni pubbliche: il contrasto delle due propagande sul controllo futuro dello Stretto, sui risarcimenti all’Iran, sulla cancellazione delle sanzioni, ne è una significativa anticipazione.

La sua tenuta resta ipotecata dalla condotta politica e militare dello Stato sionista, che non ha firmato il memorandum e che si considera unilateralmente svincolato dall’obbligo di rispettarlo, in Libano e non solo.

Ma al di là delle incognite e degli equilibrismi diplomatici emerge un dato di fondo: Donald Trump e l’imperialismo Usa hanno consumato in Iran una bruciante sconfitta politica. Lo sforzo del Presidente Usa di presentarla, al solito, come una “vittoria fantastica”è direttamente proporzionale all’entità della sconfitta subita. L’idea strampalata di replicare in Iran l’operazione Venezuela ( decapitazione e resa del regime, col suo conseguente asservimento) si è scontrata con l’assenza di sponde interne al regime reazionario iraniano, e con la forza di un apparato militare infinitamente più forte di quello venezuelano, rodato da numerose esperienze di guerra  ( dalla guerra con l’Irak alla guerra di Siria), da tempo preparato alla guerra annunciata americana/sionista, tanto più dopo l’esperienza dei dodici giorni di bombardamenti del giugno 2025. Da qui il bivio che da subito si è delineato per gli Usa: o un salto avventuroso in direzione di una invasione di terra dell’Iran, di cui mancavano i presupposti sia militari che politici, e dall’esito probabilmente catastrofico, o la ricerca di una via di fuga da mascherare come “vittoria”. Ciò che puntualmente alla fine è avvenuto.

Ma la portata della sconfitta americana ha una dimensione ben più ampia di quella militare. Il disastro della guerra all’Iran ha messo in luce tutta l’estrema fragilità e improvvisazione dell’attuale direzione politica di Trump. Mai una guerra imperialista degli Stati Uniti era stata avviata senza un consenso maggioritario dell’opinione pubblica interna, senza e contro l’orientamento del Pentagono, senza e contro gli alleati imperialisti della Nato e in Asia, avendo come unico alleato lo Stato sionista nel momento della sua massima impopolarità mondiale. L’esito rovinoso dell’avventura stava dunque nelle sue premesse. E gli effetti sono profondi. Non solo sull’economia mondiale, ma sul piano politico e diplomatico. Sia all’interno degli Usa, sia sul piano internazionale  La lettura secondo cui tutto torna in fondo alla realtà preesistente il 28 febbraio ( riapertura di Hormuz e ripresa del negoziato) è molto superficiale.

In realtà la sconfitta americana rivela e approfondisce la crisi dell’egemonia Usa su scala mondiale e nello stesso teatro medio orientale. L’idea trumpiana del Board of Peace, e di un nuovo equilibrio regionale attorno a Israele grazie ad un allargamento degli accordi di Abramo, è stata affondata dalla guerra all’Iran. Dall’esposizione delle monarchie del golfo alle rappresaglie iraniane, dalla vulnerabilità della loro difesa da parte degli Usa, dalla incapacità degli Usa di controllare e contenere lo Stato sionista. Solo gli Emirati Arabi Uniti ( paradossalmente membri dei Brics) hanno seguito lo spartito americano, rompendo con l’Opec, e consolidando la propria alleanza con Israele, col coinvolgimento indiretto di India e Grecia.  Arabia Saudita, Qatar, Oman, Egitto, Pakistan e Turchia tendono a stringere una alleanza regionale “in proprio” per coprire il vuoto americano e garantirsi dall’espansionismo israeliano. L’esatto opposto degli accordi di Abramo.

La stessa relazione degli Usa con Israele rivela la crisi di egemonia Usa, e un quadro inedito di difficoltà. Israele ha usato e sospinto la guerra sionista americana contro l’Iran in funzione dei propri interessi guerrafondai: l’invasione del Libano, l’ulteriore allargamento di ciò che resta di Gaza sino al 70% del suo territorio, un nuovo drammatico salto della colonizzazione della Cisgiordania. Per questa stessa ragione la ritirata americana dalla guerra all’Iran ha totalmente spiazzato il governo israeliano. Di più. L’Iran ha oggi la forza di richiedere agli Usa la pacificazione del fronte libanese, a tutela degli Hezbollah, ossia la fine dei bombardamenti su Beirut e il ritiro israeliano dal Libano Meridionale. Ciò che Natanyahu non può concedere, pena il proprio suicidio politico. Da qui la nuova difficoltà della politica trumpiana. Trump non può e non vuole rompere con Israele, storico avamposto imperialista nella regione e tanto più oggi unico alleato sicuro. Ma al tempo stesso non può e non vuole subire il veto israeliano sull’accordo con l’Iran. Il suggerimento a Israele di lasciar perdere gli Hezbollah e di affidare alla nuova Siria il regolamento dei conti nel Libano Meridionale non potrebbe essere più velenoso per Netanyahu: equivarrebbe a rimpiazzare le truppe sioniste con truppe controllate dalla Turchia. Che oggi, con la sua forza militare e le sue ambizioni neo ottomane, è il principale avversario di Israele nella regione. Lo stato sionista non può accettare questa soluzione. Dunque proverà ad utilizzare le difficoltà americane per preservare e allargare il proprio spazio di manovra militare. Con tutte le incognite che ne conseguono sulla tenuta dell’accordo Usa/Iran.

Più in generale la sconfitta americana in Iran si riverbera sugli equilibri di potenza fra le potenze imperialiste. La Cina, pur attraversata da profonde contraddizioni interne, esce rafforzata dalla guerra. Sul piano economico, grazie alle enormi riserve petrolifere accumulate e alla propria diversificazione energetica. Sul piano politico, entrando nella partita medio orientale con un ruolo diplomatico attivo come mai in precedenza, dietro le quinte del Pakistan, e allargando il raggio delle proprie relazioni con i paesi del Golfo. L’idea di indebolire la Cina colpendo il suo alleato iraniano è fallita. Più in generale è fallita l’intero progetto di riequilibrare le relazioni negoziali con la Cina usando la leva della politica di potenza.  La campagna protezionista anticinese con l’iniziale minaccia di dazi maggiorati del 45% ha dovuto rapidamente battere in ritirata di fronte al controllo semi monopolistico della Cina sulle terre rare. L’idea di separare la Russia dalla Cina grazie alle aperture di Trump a Putin sulla Ucraina, si è risolta in uno scenario per molti aspetti opposto: la crescita ulteriore dell’egemonia cinese sull’alleato russo in difficoltà, al punto che Pechino recupera in proprio la relazione con la Corea del Nord. Infine l’idea di ammansire la Cina con le aperture cifrate su Taiwan si sono al momento risolte nella corsa alle armi dell’imperialismo giapponese e nelle nuove relazioni con la Cina da parte della Corea del Sud, il contrario di quanto sperato. Mentre si rafforza in Asia il controllo militare dell’imperialismo cinese sul Mar cinese meridionale.

Peraltro l’idea di confinare la Cina in Asia dandogli eventualmente in pasto Taiwan cozza con le dimensioni planetarie di una potenza imperialista in ascesa, non disponibile a rinunciare alle proprie ambizioni globali.

La crisi americana investe indirettamente anche le relazioni con l’imperialismo russo. Il patto stipulato in Alaska fra Trump e Putin, si reggeva su una spartizione concordata dell’Ucraina da imporre in qualche modo a Zelensky. Il disimpegno Usa dal sostegno all’Ucraina ne era il corollario naturale. Ma il patto non ha marciato secondo le attese. Putin non può uscire dalla guerra senza una vittoria da esibire in patria. E non può esibire vittoria senza la conquista almeno dell’intero Donbass. Da qui il suo tentativo di capitalizzare sino in fondo il defilamento Usa e la crisi profonda dell’asse transatlantico, col salto dell’offensiva militare invernale. Ma il tentativo è fallito. Contro le previsioni dell’universo “campista” l’Ucraina è riuscita a riprendere dopo un terribile inverno la propria iniziativa militare grazie soprattutto al ricorso a droni a basso costo e di facile produzione, senza i precedenti condizionamenti imposti dagli “aiuti”Nato. Il salto dell’offensiva Ucraina contro le raffinerie russe nella profondità della Federazione ha inciso sulla tenuta della sua economia di guerra ed ha concorso ad incrinare lo stesso consenso interno al suo regime. Da qui la crisi del patto Trump/ Putin: Putin non è riuscito ad ottenere militarmente ciò che Trump gli aveva concesso, e Trump stesso oggi ha maggiore difficoltà ad onorare un patto spiazzato dagli eventi. Tanto più a fronte del proprio indebolimento politico dopo la sconfitta subita in Iran. I toni nuovi di Evian del Presidente Usa ( “la Russia deve fare l’accordo”) sono la registrazione di uno scenario nuovo. Vedremo se si tradurranno concretamente in un nuovo posizionamento.

Gli imperialismi europei hanno consumato durante la guerra d’Iran un nuovo capitolo della propria crisi. La totale marginalizzazione da una iniziativa militare assunta senza il loro consenso, e persino senza una informazione preventiva, seguita dalla recriminazione americana per il mancato sostegno europeo nella guerra; l’annunciato parziale disimpegno militare Usa dal teatro europeo a favore dell’Indo Pacifico; l’approfondimento della crisi della Nato, pongono sempre più gli imperialismi europei di fronte alla necessità di un proprio piano di “riarmo”. Non per “obbedire” a Trump. non per fare “la guerra alla Russia”, non per difendersi da una improbabile “invasione russa”, secondo i diversi registri delle rispettive propagande di guerra. Ma semplicemente perchè non si può ricostruire un proprio potere negoziale nella spartizione del mondo ( Ucraina inclusa) senza disporre di una propria potenza militare. E’ la legge naturale dell’imperialismo. E tanto meno è possibile farlo a fronte del generale rilancio delle politiche di potenza degli altri imperialismi, siano essi rivali o alleati, in ogni caso sempre concorrenti. Cui si aggiunge la speranza degli imperialismi europei di affidare alla conversione militare di interi settori produttivi il rilancio dell’industria continentale, stretta nella morsa di Usa e Cina.

Il punto è che gli imperialismi europei, a differenza delle grandi potenze, non dispongono di una unità statale federale. I grandi appelli a favore di un salto in avanti dell’Unione si scontrano con l’approfondirsi delle rivalità nazionali tra i diversi stati imperialisti. Gli stessi piani di riarmo sono affidati prevalentemente ai bilanci nazionali, quindi alle loro diverse capacità di spesa. Il grande riarmo della Germania, la crisi dell’asse franco tedesco, si pongono in questo quadro. A loro volta le  contraddizioni nazionali sono ingigantite sul piano politico dall’emergere di sovranismi reazionari con basi di massa nei paesi chiave dell’Unione.

Il moltiplicarsi dei diversi formati dei cosiddetti “volonterosi”, a tre (Germania, Francia, Gran Bretagna) o a cinque ( con l’aggiunta di Italia e Polonia), sono la risultante della crisi dell’Unione. Il ritorno in gioco dell’imperialismo britannico, dopo la Brexit, ne è un riflesso. Sono tutti tentativi, più o meno velleitari, di supplire al disimpegno Usa sul terreno dell’iniziativa politica e diplomatica, senza disporre né della forza né dell’unità necessaria allo scopo; oppure di massimizzare la pressione sull’imperialismo Usa per indurlo a ritornare sui suoi passi ricomponendo la cosiddetta “unità dell’Occidente”. Evian ha fornito un palcoscenico a quest’ultima rappresentazione, facendo leva sulla crisi del trumpismo dopo la sua sconfitta in Iran. “ Hai bisogno di noi, non puoi fare da solo” questo il messaggio degli imperialismi europei all’alleato di oltre Oceano. Ma il declino storico Usa ha una dimensione strutturale che va ben al di là di Trump. L’enormità del debito pubblico Usa non consente alle presidenze americane di reggere i costi della precedente egemonia mondiale. Lo stesso G7 rappresenta oggi meno del 30% del Pil mondiale, e gli Usa meno del 15%. La crisi europea è parte di questo declino.

Il declino storico di una potenza imperialista non ha mai un corso lineare e uniforme. Non lo ebbe il declino britannico, non l’ha il declino americano. Gli Usa mantengono ad oggi un indiscutibile primato sul terreno della diffusione planetaria della propria presenza militare e sul terreno valutario, attraverso il dollaro. Ma l’uso di tali leve non è più sufficiente a compensare il drastico calo nella produzione manifatturiera globale e i costi dell’indebitamento federale. In altri termini non è sufficiente per consentire agli Usa la vecchia egemonia sul mondo. Di converso, l’imperialismo cinese ha raggiunto un indiscutibile primato nella produzione mondiale dei beni, nella industria pesante come in parte nelle nuove tecnologie, ma ciò non può ancora compensare i limiti della sua presenza militare su scala globale, e la sua inferiorità monetaria rispetto agli Usa. L’ascesa cinese misura la crisi dell’egemonia americana ma non è ancora in grado di rimpiazzarla.

Il trumpismo è ad un tempo la registrazione del declino storico degli Stati Uniti e il (vano) tentativo di arrestarlo.

Nella contraddizione tra una potenza egemone in declino ma ancora dominante e una potenza in ascesa ma non in grado di sostituirla, sta tutta l’instabilità dell’attuale scenario mondiale. L’assenza di un suo baricentro. Il moltiplicarsi di medie potenze regionali e delle loro ambizioni. La corsa generale agli armamenti di tutte le grandi e medie potenze. Il moltiplicarsi di guerre di rapina di ogni potenza imperialista nel proprio cortile di casa, in funzione degli equilibri globali e in una logica di spartizione e saccheggio. L’invasione dell’Ucraina da parte dell’imperialismo russo, la pirateria dell’imperialismo Usa in Venezuela e l’incombente minaccia di una aggressione a Cuba, la guerra sionista americana contro l’Iran, la barbarie genocida del colonialismo sionista in Palestina, sono tutti capitoli dell’attuale scenario mondiale.

Solo il rovesciamento dell’imperialismo e del capitalismo può liberare la classe lavoratrice e i popoli oppressi dalla barbarie che avanza. Solo l’unità dei lavoratori e delle lavoratrici di tutto il mondo, solo l’unità dei popoli oppressi, possono liberare la via di un mondo nuovo. Solo la rivoluzione cambia le cose. La Lega Internazionale Socialista, presente in quaranta paesi e in tutti i continenti, vuole unire i marxisti rivoluzionari di tutto il mondo attorno a questo progetto di liberazione.